“Quando una corte formula una delibera in merito all’educazione e allo sviluppo di un minore, il benessere del minore stesso deve essere considerato come prevalente e prioritario”
The Children Act – Codice dei minori, 1989.

 

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Mentre il suo matrimonio con Jack (Stanley Tucci) vacilla, l’eminente giudice dell’Alta Corte britannica Fiona Maye (Emma Thompson) è chiamata a prendere una decisione cruciale nell’esercizio del suo ruolo: deve obbligare Adam (Fionn Whitehead), un giovane adolescente, a sottoporsi a una trasfusione di sangue che potrebbe salvargli la vita? In deroga all’ortodossia professionale, Fiona sceglie di andare a far visita ad Adam in ospedale e quell’incontro avrà un profondo impatto su entrambi, suscitando nuove e potenti emozioni nel ragazzo e sentimenti rimasti a lungo sepolti nella donna.

“Alcuni anni fa, mi sono ritrovato a cena con un gruppo di giudici”, ricorda Ian McEwan. “Hanno parlato di lavoro e io ho educatamente resistito all’irrefrenabile tentazione di prendere appunti. Ad un certo punto, il padrone di casa, Sir Alan Ward, un magistrato in servizio presso la Corte d’Appello, volendo redimere un lieve disaccordo, si è alzato e ha preso dalla libreria un volume rilegato delle sentenze che aveva emesso. Un’ora dopo, quando dalla sala da pranzo ci siamo trasferiti in soggiorno per prendere il caffè, quel volume giaceva aperto sulle mie ginocchia. Quelle deliberazioni erano come racconti brevi o novelle: il retroscena di una disputa o di un dilemma riassunto per sommi capi, il ritratto dei personaggi tratteggiato con rapide pennellate, la vicenda narrata da vari punti di vista e, verso la sua conclusione, alcuni accenni di empatia espressi nei confronti di coloro che in ultima analisi la storia non avrebbe favorito.”

 

“Non si trattava di casi giudiziari di diritto penale, in cui si impone di giudicare al di là di ogni ragionevole dubbio se un individuo è colpevole o se è la sfortunata vittima delle circostanze. Nulla di così categorico. Erano cause inerenti al diritto di famiglia, in cui risiedono gran parte degli interessi prevalenti della normale vita di un essere umano: l’amore e il matrimonio e la fine di entrambi, patrimoni spartiti in una querula atmosfera, crudeltà e negligenza genitoriale, i destini dei figli aspramente contesi. Lì, sulle mie ginocchia, una galleria di personaggi concepiti in modo realistico si agitava in avvincenti situazioni plausibili, sollevando complesse questioni etiche e morali”.

 

“Tre anni dopo quella cena in compagnia dei giudici, Alan Ward mi raccontò la storia del caso giudiziario di un Testimone di Geova che aveva presieduto. Il personaggio del giudice, compassionevolmente e razionalmente intento a giungere ad un buon esito, sembrava inscindibile dal racconto. Mentre lo ascoltavo, ricordai la mia prima impressione, ovvero che la sezione diritto famigliare dell’Alta Corte avesse il suo fondamento nello stesso terreno della narrativa, nel luogo dove risiedono tutti gli interessi vitali dell’esistenza umana. Avendo il lusso della sospensione del giudizio, un romanzo può intervenire in quel territorio, reinventare personaggi e circostanze e iniziare a indagare su un incontro sospeso tra amore e dottrina, tra lo spirito laico della legge e una sincera professione di fede”.

 

Il romanzo di McEwan “La ballata di Adam Henry” viene pubblicato in Gran Bretagna cinque anni dopo, nel settembre 2014. Il titolo originale dell’opera, “The Children Act” richiama il Codice dei minori del 1989, che nel Regno Unito rivoluzionò la legislazione in materia di diritto dei minori, ponendo il benessere del bambino al di sopra di qualunque altra istanza nei casi giudiziari dibattuti nella sezione famiglia. Il libro riscuote le lodi unanimi della critica, con il Guardian che lo definisce “immensamente godibile… un trionfo dell’immaginazione sulla documentazione”, l’Observer che lo saluta come “magistrale”, mentre GQ afferma che “dimostra che McEwan è un maestro della narrativa che si sforza di insegnarci come vivere”.

 

Il protagonista del romanzo è una donna: Fiona Maye, una giudice della Sezione Famiglia dell’Alta Corte britannica. Avendo da poco presieduto un caso complesso sul piano etico ed impegnativo sul piano emotivo che riguardava due gemelli siamesi, Fiona è chiamata a pronunciarsi con la massima urgenza sull’opportunità o meno di consentire a un ospedale di praticare una trasfusione ad Adam Henry, un ragazzo Testimone di Geova affetto da leucemia, contro la sua volontà. Fiona si trova nel contempo a vivere una fase cruciale della sua vita privata: a cinquant’anni passati, sta riuscendo a farsi una ragione del fatto di non avere figli proprio quando il suo matrimonio con il professore universitario Jack sembra andare in frantumi.

 

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“È una donna estremamente riservata“, è la descrizione che McEwan fa di Fiona Maye. “Presumo vada ad aggiungersi al lungo elenco dei miei personaggi che cercano di condurre un’esistenza razionale, ma si rendono conto che non è facile e che la razionalità non sempre protegge dagli alti e bassi che la vita riserva. Fiona si sta avviando verso la fine di una carriera professionale nella quale ha riscosso enorme successo e avendo trascorso metà della sua vita a sovrintendere deliberazioni in cause di divorzio è devastata dalla prospettiva del possibile naufragio del suo longevo e stabile matrimonio con Jack. È una donna buona, ma non è avvezza a fare ampio sfoggio delle sue emozioni e si ritrova a non possedere il vocabolario adatto per parlare con suo marito della loro vita sessuale, quindi non è molto ben difesa contro la crisi che si verifica nella sua vita”.

 

“Nel corso dell’udienza, Fiona decide di far visita ad Adam in ospedale, una scelta di sicuro poco ortodossa”, continua McEwan. “Vuole scoprire esattamente chi è questo giovane e quali sono i suoi veri desideri. La sentenza di Fiona a favore della trasfusione ematica, spalanca ad Adam le porte di un mondo completamente nuovo, stimolante, bello e terrorizzante, dal momento che fino a quel giorno la sua vita è rimasta circoscritta nel perimetro dei dettami della sua religione. Con il prolungamento della vita, gli viene offerta la libertà, il diritto di credere nelle scelte che compirà e di pensare con la sua testa: un universo di cose da scoprire, di meraviglie e di amore“.

 

Alcuni mesi prima della pubblicazione, McEwan parla del romanzo con il regista amico di lunga data Richard Eyre e gli butta lì la proposta di dirigere un adattamento cinematografico. Avendo lavorato insieme la prima volta alla fine degli anni ’70 al tv movie The Imitation Game e poi di nuovo nel 1981 al film L’ambizione di James Penfield, i due sperano di avere un’altra occasione dal momento che, nelle parole di McEwan: “Erano state entrambe esperienze molto piacevoli e mi aspettavo che avremmo lavorato di nuovo insieme nel giro di breve tempo, cosa che abbiamo continuato a ripeterci nel trent’anni seguenti, senza mai riuscire a realizzarla. La prospettiva di ritrovare Richard per condividere un film mi dava una gioia immensa ed era stata la mia ambizione di una vita, dunque quando gli ho consegnato il romanzo gli ho detto ‘se mai diventerà un film, tu sarai la persona che lo dirigerà e dovrà essere un’opera molto incentrata sull’attrice protagonista’. Uno degli aspetti straordinari di Richard è che la sua lunghissima esperienza in teatro gli ha fatto sviluppare un approccio e un tocco meravigliosi e gli attori adorano lavorare con lui, quindi ero sicuro che con Richard alla regia, con molte probabilità, saremmo riusciti a convincere a fare il film gli attori che desiderava avere.”

 

L’avvincente scrutinio che il romanzo fa dei suoi due protagonisti, la giudice di mezza età e l’adolescente prossimo alla morte, mentre esaminano le scelte morali di fronte a cui si trovano, e l’impatto che ciascuno dei due esercita sulla vita dell’altro, affascina immediatamente il regista. “Ian è un razionalista che analizza, in modo quasi forense a volte, i personaggi che occupano la sua mente”, sostiene Eyre. “Ma quel che più conta è che dota quei personaggi di un’umanità appassionata, dunque non hai mai l’impressione di guardare una scacchiera di imperativi morali: sono sempre individui che vivono la loro vita dalla quale scaturiscono delle azioni, a volte benevole, a volte disastrose”.

 

“L’intervento di Fiona e il suo conseguente verdetto a favore della trasfusione di sangue porta ad un rapporto di reciproca dipendenza tra la giudice, che in un certo senso si è trovata nella posizione di giocare a fare Dio, e il ragazzo a cui salva la vita”, continua Eyre. “Nel mentre, il marito l’accusa di trascurare il loro matrimonio. Non si tratta di una fuga consapevole, è solo che il suo importantissimo lavoro che l’assorbe completamente le sta a cuore al punto che si sta isolando da qualunque emozione e dal suo rapporto con il coniuge. Nel corso del tempo, Fiona sviluppa sempre di più un affetto, o forse un’ossessione, per il giovane a cui ha salvato la vita, e per cui diventa una sorta di intelligenza luminosa, una fonte di calma e tranquillità – tutto quello che non esiste nel resto della sua breve esistenza”.

 

Inizialmente McEwan non aveva molta intenzione di scrivere la sceneggiatura: “In un primo momento ho avuto una reazione istintiva piuttosto negativa, perché non avevo un particolare desiderio di rivisitare il materiale, ma non volevo neppure che lo facesse qualcun altro, dunque è stata una piacevole sorpresa scoprire che il processo era affascinante. Un romanzo ti consente di accedere alle riflessioni di una persona, mentre una sceneggiatura no e trovare un modo per trasferire quello che in un romanzo è pensato o implicito in dialoghi o azioni tra individui in un film è una sfida sul piano intellettuale ed emozionale. Dopo aver scoperto un piacere profondo nell’operazione, mi ci sono immerso fino in fondo e per scrivere la sceneggiatura ho impiegato lo stesso tempo che avevo dedicato alla scrittura del romanzo”.

 

Per ricevere un aiuto nella realizzazione del progetto, Eyre e McEwan decidono di provare a coinvolgere il produttore cinematografico inglese Duncan Kenworthy. Kenworthy legge tutto d’un fiato una copia del romanzo prima della pubblicazione e acconsente immediatamente. “Mi hanno convito seduta stante!”, ricorda ridendo. “Nel cinema, capitano molto di rado le opportunità di raccontare una storia in modo intelligente, avvincente e toccante e questa è una delle migliori. Ho sempre amato la prosa di Ian, ma in questo caso è come se tutti i suoi temi ricorrenti trovassero la giusta forma e collocazione. Il racconto principale si sviluppa in modo molto lineare – è un courtroom drama – e tuttavia le complessità emotive di una brillante giudice senza figli, dibattuta tra il marito e un ragazzo a cui deve decidere se salvare o sacrificare la vita, sono miracolosamente intricate”.

 

“La bellezza e il piacere della scrittura di Ian risiedono nella sua precisione e nella sua capacità di centrare con assoluta esattezza ogni idea e ogni emozione”, sostiene Kenworthy. “Adora documentarsi e svolge ricerche estremamente accurate sul contesto in cui decide di ambientare le sue storie. Tutto questo si traduce in una grande fluidità sullo schermo. Ci sono una meravigliosa limpidezza e quasi un’ineluttabilità nella sua sceneggiatura che ti catturano e ti coinvolgono”.

 

Kenworthy era sicuro che il sodalizio creativo tra McEwan e il regista Richard Eyre avrebbe prodotto ricchi risultati. “Richard e Ian sono molto amici e ciascuno di loro ovviamente conosce e apprezza i punti di forza dell’altro. Ma se anche non fosse così, Richard sarebbe comunque stato lo stesso il regista perfetto per questo film perché è un terreno su cui si è già cimentato alla perfezione in passato, con Iris – Un amore vero e Diario di uno scandalo. Inoltre ha una grande esperienza nel dirigere gli attori e al di là della sua narrazione potente, la riuscita di questo film è sempre dipesa da grandi prove attoriali”.

Secondo Richard Eyre c’era una sola attrice in grado di rendere giustizia al ruolo della protagonista Fiona Maye, una giudice dell’Alta Corte britannica giunta ai vertici della sua carriera forense grazie alla sua intelligenza e al suo impegno professionale: Emma Thompson. “Se Emma non avesse accettato la parte, non avremmo potuto fare il film”, dichiara il regista. “Emma è un’attrice assolutamente straordinaria ed è impossibile immaginare il ruolo interpretato da qualunque altra attrice, a maggior ragione adesso, col senno di poi”.

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Emma Thompson non ha impiegato molto ad accettare di unirsi al progetto, non soltanto per la finezza della scrittura, ma anche per il fatto che vi ha visto l’occasione per immergersi in un universo completamente nuovo ed affascinante. “Il romanzo è molto sobrio e magnificamente scritto”, spiega, “ma forse quello che mi ha davvero attratta nel progetto è stata l’opportunità di conoscere le donne magistrato esperte in diritto di famiglia e di documentarmi per preparare la parte. Il lavoro che svolgono, la vita che conducono, la fatica e il peso della responsabilità mi hanno lasciata senza fiato. Sono rimasta molto colpita da queste donne”.

 

È rimasta irresistibilmente affascinata dalla situazione del personaggio che deve conciliare la sfera privata in un momento di crisi e la vita professionale durante una causa giudiziaria impegnativa. “Il film si apre sull’enorme faglia che si manifesta nel matrimonio di Fiona, che è stato solido come una roccia per molti anni, e la vediamo passarci sopra e dirigersi dritta in tribunale buttandosi a capofitto nel lavoro. Rientra a casa dove si è creato un baratro e non può affrontarlo perché deve dedicarsi al lavoro. Ma di fatto lei e il marito non hanno rapporti da 11 mesi e lui decide di andarsene perché lei si rifiuta di parlarne.”

 

“La verità evidente in questo tipo di professione è che lascia pochissimo spazio a tutto il resto”, prosegue Thompson. “I giudici devono assimilare una quantità enorme di informazioni e poi estrapolare gli elementi di cui hanno bisogno per formulare un verdetto che in certi casi devono pronunciare molto in fretta perché qualcuno potrebbe morire se non lo fanno. Interpretare un personaggio che deve gestire un tale livello di percorso ad ostacoli intellettuale è stato stimolante e rigenerante, perché da una simile capacità mentale scaturisce una grande energia che forse è quello che permette loro di andare avanti oltre un livello di normalità”.

 

Thompson riconosce anche il connubio perfetto tra il materiale narrativo e il regista. “La storia con tutte le sue implicazioni aveva bisogno di essere filmata da qualcuno come Richard Eyre”, afferma. “Dedica tutta la sua vita a raccontare storie molto complete in teatro. Conosce la giusta posizione degli attori e i loro movimenti e sa quello che vuole giorno dopo giorno. È straordinario nella sua capacità di vedere sempre quello che fai e nell’estrarre il massimo nella tua interpretazione. Gli sono stata costantemente grata per il suo aiuto”.

 

Duncan Kenworthy era già un grande ammiratore delle doti recitative e della sensibilità attoriale di Emma Thompson, avendo prodotto il film Love Actually – L’amore davvero in cui è protagonista. “La scena in camera da letto di lei che piange – o meglio cerca di trattenere le lacrime mentre raddrizza il copriletto – è famosa per un motivo preciso: l’abilità di Emma di calarsi completamente nell’universo interiore di un personaggio. Quindi in IL VERDETTO ogni gesto, ogni sguardo, ogni intonazione corrisponde a quello di una giudice dell’Alta Corte. È miracolosamente brava nel dedicarsi al lavoro in fase di preparazione, nell’elaborare concetti e riflessioni sul personaggio e nell’incarnarli”.

 

Ian McEwan aggiunge: “Mi fido di Richard e da subito ha voluto Emma nel ruolo di Fiona. E fin da quando ci siamo seduti al tavolo della cucina di casa sua per una prima lettura allo scopo di modificare le battute per renderle il più possibile fluide in bocca a lei e ha offerto eccellenti suggerimenti, mi è parso evidente che era lei la mia giudice ed avrebbe offerto un’interpretazione autorevole. Ha colto un’essenza molto inglese, un certo tipo di persona capace di sentimenti profondi che tuttavia protegge strenuamente nella loro manifestazione esteriore. Ha regalato la più straordinaria delle interpretazioni – è il film e lo ha portato in un’altra dimensione. È stato un vero privilegio lavorare con lei”.

 

Sir Alan Ward – ex magistrato e consulente legale della produzione – concorda: “Emma ha interpretato il ruolo magnificamente. Mi ha sorpreso per come è stata percettiva e puntigliosa nella sua preparazione. Le ho presentato diversi giudici, in particolare donne, perché era ansiosa di capire a fondo le pressioni che subisce una donna nell’esercizio della professione, pressioni diverse da quelle con cui si misurano i magistrati uomini. Ha compreso quel senso di isolamento che un giudice deve avere pur senza rinunciare all’umanità necessaria ad espletare il suo ruolo e lo ha incarnato nella sua interpretazione. È meravigliosa”.

 

Nei panni di Jack, il frustrato consorte di Fiona Maye, c’è Stanley Tucci, per il quale il film ha rappresentato l’occasione di soddisfare una serie di ambizioni professionali. “Avevo sempre desiderato lavorare con Emma Thompson – una delle più grandi attrici di tutti i tempi, così versatile nell’alternare ruoli comici e ruoli drammatici. E avevo sempre desiderato lavorare con Richard Eyre”, dichiara. “Ammiro profondamente Ian McEwan come scrittore e ho trovato bellissima la sceneggiatura. Dunque parecchi elementi hanno reso il progetto molto allettante”.

 

Tucci descrive l’ambiente in cui vivono Fiona e Jack come “quasi rarefatto. Sono due persone molto colte, abitano alla Gray’s Inn nel centro di Londra, a loro non manca nulla. Ma con il passare degli anni Fiona è diventata più motivata nel suo lavoro, in una fase della carriera in cui altri invece rallentano, ed è questa passione che l’ha allontanata emotivamente dal loro rapporto. E finisce con l’avere una sorta di relazione d’amore platonica con un giovane che sta morendo. Jack è un professore di storia antica e, di fronte a un matrimonio che si sta sgretolando, dichiara in modo esplicito a Fiona che malgrado la ami ancora moltissimo, gli manca la sfera intima e desidera farsi una relazione”.

 

“Quando abbiamo pensato a Stanley per la parte di Jack, l’intero film ha assunto significato”, dichiara il produttore Duncan Kenworthy. “Stanley è in grado di fare cose che altri attori non possono fare: riesce a essere cattivo e dire all’eroina che si fa un’amante, pur suscitando nel pubblico il desiderio che alla fine i due coniugi si riconcilino. Con Stanley nel ruolo, Jack è esattamente come lo volevamo”.

 

Emma Thompson concorda: “Stanley è un attore meraviglioso, davvero straordinario. Il suo è un personaggio molto difficile da interpretare senza renderlo antipatico, visto che dice delle cose toste. Ma Stanley è stato notevole”.

 

Per Richard Eyre “Stanley apporta ad ogni film una sorta di autorevolezza che da un lato è frutto dell’esperienza e dall’altro deriva dalla sua naturale austerità. È un uomo maturo, intelligente e amabile.

 

Aggiunge Ian McEwan: “Sono stato felicissimo che la parte di Jack venisse assegnata a Stanley Tucci. Lo ha incarnato con grande autorità. In linea generale, il suo contributo è stata una lettura affettuosa ed empatica di Jack. Inoltre gli ha dato una franchezza che è bene espressa da un americano nei confronti di un inglese e un tocco umano che fanno davvero la differenza. E alla fine manifesta una grande tenerezza. Un’interpretazione magnificamente sospesa e intonata”.

 

Il ruolo di Adam, l’adolescente disposto a morire per la sua fede, è interpretato dall’astro nascente del cinema britannico, Fionn Whitehead. “Adam è un personaggio davvero critico: agli occhi di Fiona, è al contempo il figlio che non ha mai avuto e una figura romantica”, afferma Kenworthy. “ Fionn rientra in entrambe le categorie. Ha diciannove anni, ma è stato in grado di interpretare in modo molto convincente un diciassettenne pur avendo la solidità che allude all’età adulta fondamentale per il ruolo di Adam”.

 

Whitehead descrive il suo personaggio come un ragazzo “molto protetto, innocente e puro per via dell’educazione che ha ricevuto come Testimone di Geova. Fiona gli apre gli occhi alla bellezza, all’arte e alla poesia e alla possibilità di esprimersi che ha a lungo represso. Tutto questo lo travolge ed è incapace di prendere la giusta distanza. Tanta positività e creatività lo colpiscono profondamente e hanno un impatto clamoroso sulla sua persona. Ha un animo molto sensibile e questa è stata una delle cose che mi ha sorpreso leggendo il romanzo, la sua apertura. La maggior parte delle persona tende ad alzare barriere, invece Adam è completamente privo di difese. È stato molto interessante interpretarlo perché è del tutto inesperto e vive ogni esperienza agli estremi, dunque quando si entusiasma per qualcosa è la persona più entusiasta del mondo e quando si angoscia per qualcosa è completamente disperato, non conosce alcuna via di mezzo. La sua schiettezza ha un impatto profondo su Fiona. Per via del suo lavoro, è piuttosto desensibilizzata nei confronti delle persone e a quel punto ha un estremo bisogno di stringere un legame con qualcuno, dunque quando conosce Adam si rende conto di quello che le manca”.

 

Data la sua giovane età, Whitehead riconosce molta verità nel modo in cui è ritratto il suo personaggio e le pressioni che si trova ad affrontare. “Il mondo si schiude attorno ad Adam”, afferma. “Tutte le meraviglie e tutte le brutture che si trova davanti sono cose con cui molti teenager possono identificarsi. È stato un tema interessante da esplorare. Spesso l’adolescenza viene descritta come il periodo più bello della vita, ma nessuno parla dello stato di follia che la accompagna, di come all’improvviso ci si aspetta che i ragazzi si comportino da adulti e di quanto travolgente sia il cambiamento”.

 

Whitehead sostiene anche che è stata una gioia assaporare l’eleganza dello stile di Ian McEwan. “Ian descrive in modo molto vivace e analitico i personaggi e l’ambientazione dell’intera vicenda è straordinariamente ricca”, commenta. “Utilizza una sola parola quando altri autori potrebbero usarne venti: ha una scrittura molto efficace e quando lo leggi sai che ogni parola ha un preciso significato in quella posizione”.

 

La sensibilità di Whitehead come attore è subito apparsa evidente a tutte le persone interessate. “Fionn è ingegnoso, affascinante e intelligente e per certi versi più avanti rispetto alla sua età, pur non essendo precoce”, afferma Richard Eyre. “È molto curioso, molto interessato e molto attento”.

 

“Fionn interpreta un giovane che è cresciuto nell’ambiente molto chiuso della comunità dei Testimoni di Geova e rifiuta un trattamento medico che potrebbe salvargli la vita”, precisa Emma Thompson. “Fiona Maye rimane sorpresa da lui: non solo è straordinariamente bello, ma è anche un musicista e un profondo pensatore. Lo ascolta con sincerità e convincimento assoluti, senza accondiscendergli, e questo suo atteggiamento cambia la vita del ragazzo perché nessuno gli ha mai prestato una simile qualità di ascolto prima di allora. E lei rimane contagiata dal suo senso di giovinezza e di vitalità, dunque il quesito della sua scelta non si pone più e gli salva la vita”.

 

Ian McEwan è rimasto estremamente impressionato dall’interpretazione di Whitehead: “Questo ruolo per Fionn rappresentava una montagna da scalare perché doveva incarnare un ragazzo vissuto in una comunità religiosa molto chiusa, brillante e tuttavia determinato a far valere le sue istanze religiose. Innocente a limite dell’incredibile, con una sete di vita, una vulnerabilità, una sfacciataggine e un temperamento esigente a malapena celati, è desideroso di qualcos’altro al di là dei precetti religiosi e in cuor suo sa che Fiona glielo può dare. Fionn si è dimostrato magnificamente all’altezza, è una splendida interpretazione”.

 

La combinazione di una storia avvincente, di temi profondi e complessi, di una scrittura magistrale e di un cast di superlativi attori talentuosi hanno reso il set di IL VERDETTO una delizia per Richard Eyre. “Sono entusiasta di poter dirigere attori così brillanti in un racconto potente scritto da uno dei più grandi romanzieri inglesi viventi”, dichiara.

 

Per Sir Alan Ward, l’esperienza del set si è rivelata enormemente piacevole. “È stato un privilegio vedere, in Richard Eyre, un maestro al lavoro”, afferma. “La cura di Richard, la sua conoscenza della materia, la sua comprensione dei dettagli tecnici del ruolo di un giudice nella conduzione di un processo, la sua consapevolezza della fragilità umana, tutto questo ha reso le riprese illuminanti per me, facendomi trascorrere un paio di mesi tra i più giovevoli della mia vita.”

 

Il produttore Duncan Kenworthy conclude: “È impossibile immaginare un cast o un regista migliori per dar vita alla meravigliosa e commovente storia di Ian sul grado della responsabilità di ciascuno di noi nei confronti delle persone che amiamo o nella cui vita interveniamo.”

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