Tutti lo sanno – Intervista ad Asghar Farhadi

In occasione dell’uscita italiana dell’ultimo film di ASGHAR FARHADI, “Tutti lo sanno”, vi
proponiamo l’intervista rilasciata dal regista.

In occasione del matrimonio della sorella, Laura torna con i figli nel proprio paese natale, nel
cuore di un vigneto spagnolo. Ma alcuni avvenimenti inaspettati turberanno il suo soggiorno
facendo riaffiorare un passato rimasto troppo a lungo sepolto.

Tutti lo sanno sarà nei cinema l’8 Novembre, distribuito dall BIM.

Come è nato questo progetto?
Quindici anni fa, sono stato nel sud della Spagna. Durante questo viaggio, in una città ho visto
diverse foto di un bambino affisse ai muri. Quando ho chiesto chi fosse, ho saputo che era un
bambino scomparso e che la sua famiglia lo stava cercando: lì è nata la prima idea del film.
Quella storia mi è rimasta sempre impressa e quando ho finito di girare Il passato ne ho
tratto un piccolo racconto. Ci ho messo quattro anni, poi, a svilupparlo e a trasformarlo in
una sceneggiatura. Ma in realtà il progetto è nato all’epoca di quel viaggio in Spagna. Ad
attrarmi sono state soprattutto due cose: il paesaggio e la cultura locale, e il fatto di cronaca
al centro della storia. Da allora ho continuato a pensare alla Spagna.

Perché ha scelto di ambientare questa storia in un paesino anziché a Madrid?
Questa storia parla dei rapporti umani tra gli abitanti di un paese. E le loro relazioni sono
diverse da quelle che ci sono tra gli abitanti di una città. Inoltre, era tanto tempo che avevo
voglia di girare in un piccolo paese in mezzo alla natura. Cercavo storie ambientate lontano
dalla città e dal suo frastuono e questo mi ha portato inconsciamente a indirizzare la trama
verso un luogo dove ci fossero un paese, una fattoria… Cose che mi suscitano un sentimento
di nostalgia. In un paese le persone sono più vicine, perché gli abitanti sono pochi e tutti si
conoscono. La storia si nutre anche di questo. Se fosse stata ambientata in una città, le
persone non si sarebbero incontrate tanto facilmente, le relazioni tra loro sarebbero state
diverse. Avrei fatto un altro film. Una delle cose più belle è stato girare in mezzo a tutte
quelle fattorie, in un paese dove la gente si riunisce nella piazza principale ogni pomeriggio.
Un altro punto che ci tengo a sottolineare è che i protagonisti del film, pur trovandosi in una
situazione complicata, sono persone semplici. E collocarli all’interno di un paesino
sottolineava questa semplicità.

Ha scritto la sceneggiatura in farsi prima di farla tradurre in spagnolo?
Sì, l’ho scritta in farsi. Ci ho messo molto tempo. Nel frattempo sono tornato in quei luoghi,
ho preso appunti e ho continuato a scrivere. Quattro anni fa mi ci sono messo più seriamente,
e la facevo tradurre in contemporanea. In questi ultimi anni, però, la storia è molto cambiata.
Ho fatto diversi viaggi in Spagna, ho parlato con amici che ci vivevano, e tutto questo ha
influenzato la narrazione. Anche se ho sempre scritto in farsi, per fortuna ho lavorato con
una traduttrice (Massoumeh Lahidji) che conosceva bene il mio stile di scrittura. Così, la
versione tradotta è risultata molto simile a quella che avevo scritto nella mia lingua. Lo scopo
era rendere nella lingua spagnola quello che esprimevano le parole in persiano.
Com’è riuscito a dare a questa sceneggiatura un sapore spagnolo?
Quando ho finito di scrivere la sceneggiatura, l’ho data ad alcuni amici che vivevano in
Spagna: amici cinefili che non lavoravano nel mondo del cinema, ma anche amici cineasti,
come registi e attori. E ho raccolto tutti i loro commenti. Per prima cosa volevo sapere se si
capiva che la storia era raccontata da un non-spagnolo. E più ci avvicinavamo alla versione
finale, più mi dicevano che la storia sembrava in tutto e per tutto spagnola. Poi, quando
abbiamo cominciato le riprese, la troupe e gli attori erano tutti spagnoli e mi hanno aiutato a
fare in modo che il film rispecchiasse il più possibile uno spaccato di vita spagnolo, in
particolare di vita contadina.

Lei ha già girato il film Il passato in Francia e in francese. È più difficile lavorare con una
troupe straniera e in una lingua straniera?
Quando giro nella mia lingua e nel mio paese, alcune cose sono più semplici altre più
complicate. È difficile da spiegare. Quando si parla la stessa lingua è più facile comunicare,
soprattutto con gli attori. Se la storia si sviluppa all’interno della tua cultura è più facile
trovare punti di riferimento. Se non conosci bene la lingua e la cultura della storia che
racconti, invece, devi essere più attento e concentrato per non compromettere il risultato
finale. Per esempio, se giro in Iran e voglio chiedere qualcosa a un attore, posso discuterne
con lui o con lei e dilungarmi in spiegazioni. Se giro in una lingua straniera, invece, e devo
passare attraverso un interprete, cerco di essere il più sintetico e chiaro possibile per aiutare
l’attore a capire in fretta. Quindi è semplice e complicato insieme. In ogni caso, giro la
maggior parte dei miei film nel mio paese. Ma il fatto di girare anche all’estero mi offre la
possibilità di fare nuove esperienze, di mettermi alla prova e di scoprire altre culture. In
poche parole, ognuna delle due esperienze ha i suoi pro e i suoi contro. Nel mio paese giro
senza grandi difficoltà pratiche, e lavoro da parecchio tempo con la stessa troupe, per cui ci
conosciamo tutti molto bene.

Come ha scelto i suoi attori?
Per prima cosa cerco una storia da cui possa emergere la sceneggiatura iniziale, poi penso ai
personaggi e li sviluppo cercando di metterne a fuoco i diversi aspetti. Così, quando il
momento delle riprese si avvicina, ho già un’immagine precisa in testa e so cosa voglio.
Appena arrivato in Spagna ho visto molti film spagnoli, alcuni per intero altri solo in parte. Ho
scelto alcuni attori per ognuno dei ruoli e ho proceduto per esclusione finché non ho trovato
quelli giusti. Uno dei punti di forza del cinema spagnolo, secondo me, è che è pieno di attori
straordinari e questo mi ha aiutato a trovare quelli più adatti ai loro ruoli, principali e
secondari.

Ha scritto qualcuno dei personaggi pensando a un attore in particolare?
I due personaggi principali sono stati scritti per Penélope e Javier. Erano quattro anni che
parlavamo della sceneggiatura e avevano già accettato di fare il film. Quindi ho scritto il
copione pensando a loro. Ma gli altri li ho scelti tutti dopo aver scritto il copione.

Come mai ha scelto Penélope Cruz e Javier Bardem?
Quando ero in Francia per girare Il passato, una delle candidate per il ruolo della
protagonista era Penélope, che purtroppo in quel momento era già impegnata… O meglio,
aveva appena partorito. Così, non abbiamo potuto lavorare insieme, ma siamo diventati
amici. Ho parlato di questo progetto prima con lei e poi con Javier, quando l’ho incontrato a
Los Angeles. Nei quattro anni successivi siamo rimasti in contatto e hanno seguito gli sviluppi
del progetto. Ma dopo Il passato ho deciso di tornare in Iran e di girare un altro film, e
questo ha rimandato il nostro progetto di altri due anni. Non ci siamo mai persi di vista, però.
Al di là delle loro interpretazioni, questi due attori hanno contribuito in modo determinante
alla realizzazione del film. In tutti questi anni hanno sempre risposto con grande generosità
alle mie domande su qualsiasi argomento potesse riguardare il progetto. Oltre ad essere due
attori straordinari, sono anche persone di grande umanità, e il rapporto che c’è tra noi va
oltre la collaborazione professionale.

Che cosa ci dice della scelta di Ricardo Darín?
Non era previsto, all’inizio, che il personaggio di Ricardo fosse argentino: doveva essere un
turista americano in Spagna. D’altra parte, se uno dei personaggi fosse stato americano
avremmo dovuto girare il film in due lingue, l’inglese e lo spagnolo. Ma io preferivo che ce ne
fosse una sola e condivisa da tutti i protagonisti. E così, invece che al Nordamerica ho
pensato al Sudamerica, e in particolare all’Argentina. E Ricardo è tra i migliori attori
sudamericani sulla piazza. Quando l’ho conosciuto più da vicino, ho capito perché fosse così
amato da tutta la troupe: è un uomo semplice e sincero, che ti fa sentire come se vi
conosceste da una vita. Appena è arrivato dall’Argentina ci ha aiutato a mettere a fuoco tutto
quello che riguardava la cultura argentina, perché il suo personaggio risultasse il più possibile
credibile.

Come le sono venuti in mente i due personaggi principali?
All’inizio non mi concentro mai sui personaggi. Cerco semplicemente di sottolineare nella
storia gli aspetti che influiscono su ognuno di loro, senza difendere o giustificare l’uno o
l’altro. I personaggi principali devono tutti avere le stesse possibilità di esprimersi. Questo
consente allo spettatore – e non al regista – di scegliere liberamente a quale personaggio
affezionarsi fin dall’inizio. È il metodo che ho seguito per realizzare questo film, e tutti gli altri
del resto. In pratica, cerco di fare in modo che sia lo spettatore a giudicare. Acuni credono
che io incoraggi il pubblico a non giudicare nessuno dei personaggi, mentre quello che cerco
di fare, in realtà, è eliminare ogni traccia di giudizio da parte mia, per lasciarlo al pubblico.

Come ha lavorato con gli attori, prima e durante le riprese?
Questo film ha conosciuto una lunga fase di pre-produzione, sia per la ricerca degli esterni
che per il casting. Alcuni attori sono stati scelti più rapidamente di altri, e abbiamo avuto più
tempo per le prove. Ho cercato di parlare molto con gli interpreti, per trasmettere loro quello
che avevo in mente. All’inizio pensavo che avrei avuto difficoltà a farmi capire, visto che non
parlavamo la stessa lingua, ma appena abbiamo cominciato a lavorare tutto si è rivelato
molto più semplice del previsto. Ho cominciato le prove con Javier e Penélope. Gli altri attori
sono arrivati dopo. Abbiamo fatto diverse prove, ma non necessariamente di scene del film.
Abbiamo parlato a lungo su come avrebbero dovuto camminare, parlare, gesticolare, sul loro
aspetto esteriore. Lo scopo era quello di renderli credibili come abitanti di un paesino di
campagna. Poi abbiamo cercato di ricreare i rapporti familiari che dovevano esserci tra loro.

Può dirci qualcosa sulla sua collaborazione col celebre direttore della fotografia spagnolo
José Luis Alcaine?
Credo che sia uno dei più grandi direttori della fotografia del mondo. Ha 78 anni, oggi, e
l’energia di un trentenne. Temevo che il suo stile fosse troppo diverso da quello degli altri
miei film, quello stile realista a cui tendo sempre. Ne abbiamo discusso a lungo, prima delle
riprese. Aveva già visto i miei film e li conosceva bene. La nostra collaborazione è stata ottima.
Ha cercato in tutti i modi di mettersi al servizio del realismo che cercavo. È uno straordinario
direttore della fotografia che conosce bene la pittura e i problemi della luce. Vuole sempre
sperimentare nuove idee e evitare i cliché, e possiede quel tipo di audacia che di solito
associamo alla gioventù.

Per concludere…
Quello che cerco durante la stesura di una sceneggiatura e la lavorazione di un film, e che
domina il mio spirito, si può riassumere in una parola: empatia. Non mi interessa
necessariamente trasmettere un messaggio. Se alcuni spettatori di una qualsiasi parte del
mondo, qualunque siano la loro lingua, la loro cultura o il loro carattere, riescono a provare
un sentimento di empatia per uno dei miei personaggi, a immedesimarsi in uno di loro, allora
ho raggiunto il mio scopo. È questo che metto al primo posto quando faccio un film, la cosa
di cui io stesso ho bisogno e di cui il mondo intero ha bisogno oggi : la comprensione per gli
esseri umani al di là delle frontiere e delle culture…

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