Alice (Neco z Alenky, 1988) di Jan Svankmajer

Jan Svankmajer è uno dei maggiori esponenti del cinema d’animazione d’avanguardia degli ultimi decenni.

Dopo una più che ventennale esperienza nei cortometraggi, il regista ceco giunge al suo primo lungometraggio nel 1988 con il film “Alice” (Neco z Alenky), la sua personale interpretazione del racconto di Lewis Carroll “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”.

L’opera dello scrittore inglese, che nel 2015 ha festeggiato i 150 anni dalla sua prima pubblicazione, si è prestata a innumerevoli trasposizioni cinematografiche e televisive, delle quali quella targata Disney è senz’altro la più famosa. Ma se la versione disneyana utilizza un approccio tradizionale e rassicurante, che convinca i bambini a sognare ad occhi aperti di un mondo ipercolorato e fantastico, i cui abitanti sono già marchi registrati, quella di Svankmajer è una versione più vicina alla visione di Carroll ed in particolare al senso di minaccia ed inquietudine presente in esso.

All’inizio del film ceco infatti Alice esordisce dicendo: “Ora è necessario chiudere gli occhi, altrimenti non si vedrà niente”. Per “vedere” veramente dobbiamo oscurare il realmente visibile e metterci in comunicazione con la nostra realtà interiore ed i nostri sogni.

A differenza della favola classica che ha principalmente un intento educativo, il sogno, quale espressione del nostro inconscio, persegue la realizzazione dei nostri più segreti desideri, guidati dal principio del piacere e lontani da logiche razionali.

L’interazione tra Alice, che è una bambina in carne ed ossa, e gli oggetti che si animano e prendono vita intorno a lei, sottolinea dunque l’unione di due mondi necessariamente comunicanti e mutuamente influenzati. Un confine labile, quello tra conscio ed inconscio, che Svankmajer tende a non rimarcare per trasmettere allo spettatore un senso di continuità ed al tempo stesso di incertezza; così l’accompagnamento sonoro è volutamente limitato, i colori sbiaditi, tendenti al grigio, gli oggetti decisamente bizzarri e sottoposti nel loro mutamento a decomposizione.

La frammentazione e ripetizione degli eventi, il raddoppiamento degli oggetti, mostrati prima nella loro natura statica, poi animati e mutevoli, generano una sensazione di ciclicità costante sonno-veglia che incoraggia lo spettatore a esplorare la propria immaginazione ed a farla penetrare nella vita quotidiana, altrimenti monotona e ripetitiva.

I sogni sono per Svankmajer una delle maggiori fonti d’ispirazione, una risorsa essenziale di immaginazione per il lavoro creativo. Secondo lui se l’arte ha un senso dopo tutto, sta nel liberare l’uomo dall’addomesticamento della civilizzazione e per essere in grado di liberare il  pubblico è necessario prima di tutto liberare il suo creatore. I suoi film sono come insiemi di diversi livelli di esperienza che veicolano nuovi livelli di realtà e cercano di tradurre i concetti generati dall’inconscio e dall’istinto in immagini.

Svankmajer utilizza l’animazione per dare vita agli oggetti, estrarre il loro contenuto nascosto in quanto cose che nel tempo sono passate di mano in mano e per questo caricate di significati e memorie che, se animate, possono riconnettere lo spettatore con esperienze rimosse dal proprio inconscio.

Gli occhi grandi dei bambini sono strumenti per eccellenza nel dar vita all’inanimato, la paura infantile il miglior mezzo per sviluppare l’immaginazione. Nel descrivere i ricordi a lui più cari della sua giovinezza, Svankmajer parla del piccolo teatro dei burattini, un gioco presente per tradizione nelle case di molti bambini cechi, come di un aiuto prezioso per vincere la propria timidezza, una valvola di sfogo per tirar fuori le ingiustizie della vita e prendersi qualche rivincita.

Il regista ceco si serve dunque del mondo dell’infanzia per analizzare il mondo degli adulti affinché le cose possano essere viste da un occhio ancora depurato dalle convenzioni e dalle ideologie acquisite nell’età adulta. L’infanzia è il punto di partenza per denunciare l’appiattimento morale cui veniamo sottoposti sin da piccoli attraverso i media e la pubblicità, e incoraggiare invece gli spettatori a prendere nuova consapevolezza della realtà che ci circonda.

In definitiva questo film, come anche tutte le altre opere di Svankmajer, sono per lui un mezzo di ribellione a qualsiasi tipo di imposizione o di costrizione della propria libertà, sia che si tratti dei propri traumi infantili (egli racconta che la sua ossessione per il cibo deriva da una traumatica esperienza giovanile, nella quale ha dovuto curare la sua mancanza di appetito in rigide strutture sanitarie), sia che si tratti dei rapporti di potere che regolano il sistema politico del suo paese (in primis la censura socialista post-invasione sovietica, in seguito i dettami della società dei consumi di massa). Una libertà che si fa processo costante e dialettico senza fine perché se è vero che il raggiungimento da parte di un individuo della libertà assoluta significa limitare e manipolare la libertà degli altri ciò non giustifica l’abbandono dei nostri propositi senza resistenza alcuna.

 

Titolo originale: Neco z Alenky
Anno: 1988
Durata: 86 minuti
Lingua originale: Ceco
Paese di produzione: Cecoslovacchia, Svizzera, Regno Unito, UK, Germania Ovest
Regia e sceneggiatura: Jan Svankmajer
Fotografia: Svatopluk Maly
Montaggio: Marie Zemanova
Animazione: Bedrich Glaser

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