Il succedersi delle epoche storiche ci costringe a ridefinire continuamente il concetto di famiglia. Potremo considerarlo un termine fluido, capace di assumere diversi significati a seconda del momento o del luogo in cui ci troviamo.

Anche se con storia e cultura differenti, Oriente e Occidente hanno dovuto fare i conti con i cambiamenti cui è andata incontro questa istituzione, anticamente nucleo vitale per lo sviluppo delle comunità, oggi svuotata dei sacri valori di un tempo, non più porto sicuro a cui poter tornare nei momenti di difficoltà.

Il cinema non si è certo risparmiato nell’analizzarne le sue infinite dinamiche, facendosi specchio delle costanti trasformazioni che negli anni ne hanno ridefinito il significato e la percezione. Soprattutto in tempi recenti, l’estremizzazione della sua forma ha conseguentemente indotto diversi registi ad una radicalizzazione della sua rappresentazione, come il regista greco Yorgos Lanthimos in “Kynodontas” (2009) ed il collega giapponese Sion Sono in “Noriko no shokutaku” (2005).

Noriko no shokutaku

Uno, nessuno e centomila

Sion Sono non fa mistero della sua avversione per il cinema del connazionale Ozu, colpevole a suo avviso di aver messo in scena un’idea di famiglia troppo distante dalla realtà, votata all’annullamento del singolo in favore del gruppo; una visione pacata e rassegnata del mondo che invita ad accettare il compiersi del proprio ciclo di vita con malinconica serenità.

Sono ritiene tutto questo lontano dallo stile di vita del Giappone contemporaneo, dove le interazioni fisiche e reali sembrano aver lasciato il posto a relazioni virtuali e costruite. Dietro l’apparente facciata di normalità e armonia che i codici comportamentali impongono di tenere, il nucleo familiare tende sempre più alla disintegrazione ed alla incomunicabilità, come la la famiglia protagonista del film “Noriko no shokutaku”. In esso l’adolescente Noriko, stanca della sua vita di provincia e del controllo autoritario del padre, comincia a frequentare un sito internet dove incontra giovani simili a lei e dove sente di essere compresa; attratta dalla possibilità di conoscere personalmente una delle sue nuove amicizie virtuali, decide di andare a Tokyo per diventare una donna indipendente.

La nuova amica Kumiko, fortemente segnata dal trauma dell’abbandono infantile, la introduce nel mondo delle cosiddette “famiglie in affitto”, aiutandola a creare una nuova identità, anzi molteplici identità. Quando anche la sorella Yuka deciderà di seguire le orme di Noriko e la loro madre si toglierà la vita per il dolore, il padre Tetsuzo si sveglierà dal suo torpore per cercare di riunire quel che resta della sua famiglia, finendo anch’esso per essere coinvolto nel tragico gioco di ruolo.

Noriko diventa Mitsuko, Yuka diventa Yoko, il rifiuto del proprio nome è il rifiuto della propria identità. Nell’impersonare ruoli sempre diversi nelle famiglie “diverse” che richiedono il loro servizio, le ragazze sentono di avere il potere nelle proprie mani, la possibilità di passare da un’identità all’altra senza venirne assorbite, senza dover soffrire. Ciò pone la base per l’interrogativo che viene posto più volte nel corso del film: siamo veramente connessi con noi stessi?

Nel tentativo di capire quale sia il loro ruolo all’interno della società le ragazze, così come i giovani di oggi, cercano l’interazione ma non il contatto, hanno desiderio di comunicare ma paura di essere infelici, incapaci di riconoscere che per sentirsi vivi bisogna anche soffrire, che per rapportarsi con gli altri è necessario prima sapersi rapportare con se stessi.

Noriko no shokutaku

Aggiungi un posto a tavola

La struttura narrativa e le metafore visive aiutano Sono ad amplificare il senso di molteplicità e di frammentazione e a suggerire allo spettatore diverse possibilità di interpretazione.

La scelta di dividere il film in capitoli, nei quali assistiamo agli eventi dal punto di vista dei differenti personaggi, ci permette di percepire le loro diverse prospettive e al tempo stesso il loro isolamento.

Quanto all’approccio simbolico, molto rappresentativo è il gesto, ripetuto più volte, di strappare il filo dalla giacca di Noriko, ad indicare la volontà di tagliare il cordone ombelicale con il proprio passato; ancor più significativa è la tavola che dà il titolo al film, la quale inizialmente accoglie la famiglia “tradizionale”, dove la vicinanza fisica nasconde in realtà il vuoto emotivo, e che alla fine vede riunita la “finta” famiglia, traboccante sorrisi apparenti e armonia costruita, ma nella quale si cela ancora una volta la mancanza di una vera comunicazione.

Kynodontas

Segreti dietro il muro

Se Sono denuncia gli effetti controproducenti della comunicazione globale dei social media, Lanthimos con “Kynodontas” immagina un mondo chiuso a qualsiasi tipo di comunicazione con l’esterno.

Protagonista del film è una famiglia nella quale i genitori hanno deciso che il modo migliore di far crescere i propri figli è mantenendoli isolati dal resto del mondo. Quello che conoscono è quello che i genitori hanno scelto di far sapere loro, ciò di cui devono aver timore si trova al di là di quelle pareti, fisiche e psicologiche, che padre e madre hanno eretto intorno al focolare domestico.

Se pensiamo al modo in cui siamo cresciuti, alle nozioni che abbiamo appreso nel corso degli anni, ci rendiamo conto che molto di ciò che sentiamo, pensiamo, viviamo, deriva innegabilmente da quello che i nostri genitori ci hanno trasmesso; il resto ci è dato dalle altre istituzioni (scuola, lavoro, mezzi di comunicazione), ma cosa succede se queste altre fonti ci vengono negate?

Se lo chiede Lanthimos che, interrogandosi sul futuro delle famiglie, ne immagina le estreme possibilità di sviluppo. Egli dice di essere intrigato dal comportamento umano; partendo da ciò che accade nella vita di ogni giorno, sviluppa un’idea, cerca di figurarsi i possibili scenari, senza giudicare, invitandoci piuttosto alla riflessione e alla reazione.

I suoi film vivono di contraddizioni, se da un lato presentano sempre un lato oscuro con improvvise esplosioni di violenza, dall’altro non risparmiano momenti di vero e proprio umorismo, poiché, come dice il regista stesso, sperimentare simili paradossi ci permette di provare emozioni più intense e potenti e aprire la mente a molteplici orientamenti.

Il controllo delle emozioni, i rischi connessi all’assunzione di determinati ruoli all’interno della società, sono dunque temi ricorrenti nella filmografia di Lanthimos ed in particolar modo in “Kynodontas”. In esso i componenti della famiglia non hanno nomi, sono semplicemente identificati da ruoli (Padre, Madre, Figlio, Figlia maggiore e Figlia minore), proprio per sottolineare la mancanza di una propria identità in favore del gruppo.

Kynodontas

La curiosità uccise il gatto

I ragazzi sono confinati in un mondo bizzarro dove i genitori adottano peculiari metodi educativi e giochi crudeli. Il rispetto delle regole è fondamentale, i giochi che mettono in competizione i figli tra loro sono un mezzo per distrarli dalla loro curiosità verso il mondo esterno; alimentare il loro desiderio di raggiungere cose impossibili rafforza il potere dei genitori, nella convinzione di avere tutto sotto controllo; persino le definizioni delle parole che fanno parte del loro vocabolario sono state manipolate e distorte, così che ai loro occhi il “mare” diventa una poltrona, la “carabina” è un uccello bianco e uno “zombie” si può cogliere nel prato.

Il mondo là fuori è un mondo duro, dove i gatti sono bestie feroci che si nutrono di carne umana e non meritano pietà e solo la perdita di un canino dimostrerà di essere abbastanza grandi per varcare i confini di quelle mura.

L’introduzione di un personaggio esterno, Christina, una guardia di sicurezza che lavora nella ditta del padre e da questi assoldata per soddisfare le necessità sessuali del figlio, arriverà a spezzare l’armonia dell’idilliaco quadretto.

Christina, non a caso l’unica ad avere un nome proprio, si insinua nel ménage familiare come elemento corruttore. Consapevole del proprio potere, cerca di avvantaggiarsi della situazione, inducendo i ragazzi a fare delle cose in cambio di oggetti che essi vedono con curiosità.

Ed è la curiosità che nasce dentro di loro, come in qualsiasi essere umano dotato di coscienza, a rompere i fragili equilibri, perché quanto più si vogliono imporre delle limitazioni all’individuo, tanto più in lui aumenteranno i propri desideri e le proprie frustrazioni e sentirà il bisogno di ribellarsi.

La visione delle videocassette ricevute da Christina fornirà alla figlia più grande la fonte di una nuova conoscenza (i media), generando in lei un fenomeno a noi ben noto e diffuso nella cultura di massa che è lo spirito di emulazione.

La ragazza si identifica nei personaggi che le appaiono sullo schermo, ne replica i gesti e le parole, pur ignorandone quasi il significato; il meccanismo di ribellione ha già cominciato a svilupparsi in lei. Non esita dunque a rimuovere l’ultimo ostacolo che la divide dal mondo esterno, è giunto il momento di togliere quel canino che sinora le ha impedito di abbandonare la propria fanciullezza ed esplorare nuove realtà.

Kynodontas                                                                                      Noriko no shokutaku

In conclusione sia Sono che Lanthimos scelgono per questi loro film un finale aperto, lasciando allo spettatore libera interpretazione. Non sappiamo se Noriko riuscirà a connettersi di nuovo con se stessa o se la fuga della Figlia maggiore andrà a buon fine, quel che è certo è che entrambi inducono a riflettere su come sia possibile oggi per i giovani riuscire a sviluppare un’identità autonoma all’interno di un gruppo e a camminare sulla propria strada senza tuttavia perdersi.

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