L’ineffabile comicità di Jacques Tati nel cinema di Aki Kaurismäki e Roy Andersson

Se analizziamo la filmografia dei registi scandinavi Aki Kaurismäki e Roy Andersson, tra loro accomunati dalla cosiddetta malinconia nordica ma distanti sotto molti altri aspetti, potremo notare per entrambi un certo richiamo al cinema del francese Jacques Tati, una delle figure più originali che il cinema abbia saputo regalarci, un talento puro che attraverso un suo particolare modo di osservare e sintetizzare la realtà è riuscito a creare, seppur nella sua ridotta filmografia, opere uniche che toccano il cuore e sollevano lo spirito.

Attraverso una minuziosa attività di ricerca e analisi dei comportamenti umani nella vita di tutti i giorni, Tati ha avuto il merito di concepire un tipo di comicità singolare, che pone al centro dell’attenzione il rapporto tra individuo e ambiente, nella convinzione che l’assurdo risiede al fine dentro di noi.

Monsieur Hulot, suo alter ego cinematografico e compagno fedele del suo percorso artistico, esprime la perfetta sintesi fra reale e surreale nonché il contrasto fra un uomo che sembra non aver nessuna fretta di crescere e la società del dopoguerra che viceversa ha bruciato le tappe di uno sviluppo inarrestabile.

I personaggi fuori dal tempo di Aki Kaurismäki 

“Non sono nemico della modernità̀, figuriamoci. Sono nemico dei programmatori della modernità. Quello che non mi va bene, quello che stona, è il rapporto uomo-ambiente. Io dico che l’uomo non è al passo dei tempi, non è ancora preparato a vivere il futuro che gli stanno facendo vivere. Dico che esiste una frattura tra quello che siamo realmente e quello che vogliono farci essere. Allora l’uomo ha un solo mezzo per reagire: interrompere il contatto tra progresso tecnico e umori spontanei. Il risultato è un’ineffabile comicità. Liberando questa comicità, l’uomo finisce per prevalere sulle cose.”

Queste parole pronunciate da Tati sembrano ispiratrici di un altro regista che nell’incapacità di adattarsi alle necessità del mondo moderno, si è fatto portavoce di coloro che da sempre vivono ai margini della società, Aki Kaurismäki.

I suoi soggetti preferiti sono i poveri, i perdenti, coloro che cercano a fatica un proprio posto nel mondo, ma anche i sognatori, gli eroi semplici, che non hanno dimenticato i valori di un tempo, come l’amicizia e la fratellanza. Anche l’ambientazione dei suoi film evidenzia quest’aspetto; sia che si tratti della natia Helsinki, sia che si tratti di un’altra capitale europea, si ha sempre l’impressione di vedere personaggi “fuori dal tempo”, abitanti di un luogo che rifiuta la contemporaneità.

Playtime
La Vie de Bohème

Nel quarto lungometraggio di Tati, “Playtime” (1967), ambientato in una Parigi futuristica ed impersonale, il regista estremizza lo scontro natura umana/società alienata attraverso una messa in scena rigorosa, che privilegia elaborati piani sequenza nei quali moltiplica le interazioni tra i personaggi e gli oggetti che li circondano; a differenza dei precedenti film, qui Monsieur Hulot non è più il protagonista assoluto ma solo l’occhio che permette allo spettatore di introdursi nel complesso ingranaggio ed estrarne i propri contenuti esplicativi.

Anche Kaurismäki nel suo “La Vie de Bohème” (1992), esprime la sua inguaribile nostalgia per il passato, scegliendo in primo luogo di girare in bianco e nero e soprattutto ambientando anch’egli il film in quella stessa città che ha dato i natali a indimenticabili artisti e letterati, una Parigi quasi cristallizzata, mitizzata, nella quale i suoi protagonisti vorrebbero vivere di sola arte, ma si trovano ahimè costretti a far fronte alle proprie necessità contingenti, finendo per scontrarsi con la dura realtà. Ne nasce una commedia dolce-amara, dove si ha il tempo di sorridere per la bizzarra capacità dei personaggi di sapersi arrangiare e al tempo stesso di commuoversi per il loro spirito di sacrificio quando l’ananke decide di bussare alla loro porta.

Per entrambi gli autori dunque l’immagine è molto più importante della parola, ciò non significa che i loro film siano propriamente “muti”.

Tati presta molta attenzione all’uso del sonoro, in particolare ai rumori di sottofondo; i suoni, che spesso sfuggono al nostro orecchio, acquistano un valore significativo al pari degli altri elementi che compongono i suoi film, creando vere e proprie coreografie nelle quali la costruzione delle immagini e gli effetti sonori raggiungono una perfetta armonia.

Kaurismäki d’altra parte non ha mai fatto mistero della sua anima rock, la musica è parte integrante del suo lavoro, spesso simbolo di uno stile di vita e mezzo privilegiato per esprimere la propria ribellione contro le regole convenzionali. Anch’egli, poi, sfrutta le potenzialità dei registri sonori, relegando i dialoghi in secondo piano e svuotandoli di senso.

Se il dialogo visivo è essenziale per entrambi, Kaurismäki, nonostante si distingua come Tati per la fissità dell’inquadratura e l’utilizzo del campo lungo, non rinuncia a servirsi dei primi piani per trasmettere con efficacia le emozioni dei personaggi e suscitare una maggiore identificazione con essi. Si tratta tuttavia di azioni per così dire “passive”; gli attori, chiamati a recitare secondo un rigoroso minimalismo bressoniano, si limitano a parlare con gli occhi, senza palesare alcuna reazione esasperata alle avversità. Emblematica in questo senso ne “La Vie de Bohème” l’inquadratura di Mimì a teatro durante la rappresentazione de “Le Nozze di Figaro”, dove sul volto illuminato nel buio della sala è come se vedessimo prendere vita l’opera di Mozart in tutte le sue sfumature, il sorriso, la commozione, i suoi stati d’animo, che noi possiamo fare nostri.

La Vie de Bohème

Le geometrie umane di Roy Andersson 

“…a me piacciono i ‘totali’. Tocca allo spettatore scoprire quello che c’è da vederci. Il primo piano sottolinea, insiste: ‘Guardate…qui…è buffo!…’  Al contrario, in un totale si possono mostrare più elementi nello stesso tempo, dei personaggi, degli oggetti. Perché isolare i loro rapporti e ciò che possono avere di tipico, di comico?”

Contrariamente a Kaurismäki il regista svedese Roy Andersson abbraccia in pieno questa filosofia di Tati facendo del campo lungo uno degli strumenti favoriti. Secondo lui i primi piani non sono sufficienti per descrivere l’essere umano ed il suo ruolo nel mondo. Lo spazio dice molto di più di una persona rispetto al suo volto ed è per questo che preferisce mostrare i suoi personaggi all’interno di una stanza nella quale tutto ciò che è superfluo viene eliminato. Un processo di ridefinizione degli spazi mutuato dalla pittura e dalla fotografia, che serve ad Andersson per creare “quadri” complessi che esprimano con chiarezza i modi in cui le persone si pongono in relazione gli uni con gli altri e con gli ambienti che li circondano. “Illuminare senza pietà” dice lo stesso Andersson, non devono esserci ombre nelle quali nascondersi, è necessario mettere a nudo l’essere umano ed i suoi comportamenti.

Playtime
Du levande

Come per Tati anche per Andersson lo schermo diventa allora una finestra aperta sul mondo; ogni piano viene meticolosamente preparato per catturare la natura tragicomica della vita di tutti i giorni.

La macchina da presa si stabilizza, inquadra da lontano spazi rigidamente delimitati e definiti, nei quali i centri dell’attenzione si moltiplicano e si spostano, prima evidenziati, poi sullo sfondo, veniamo indotti ad osservarli e interpretarli, con la libertà di decidere su cosa vogliamo concentrarci.

Nel corso della sua carriera Andersson ha lavorato a una lunga serie di spot pubblicitari grazie ai quali si è reso conto delle infinite possibilità che una singola inquadratura può dare, perché comunicare qualcosa in diverse immagini quando ciò può essere fatto in una sola?

Ecco allora che i suoi film appartenenti alla cosiddetta “trilogia sull’essere un essere umano”, gli ultimi in ordine di tempo, si compongono interamente di singole scene girate in un’unica ripresa, istantanee nelle quali cogliere contemporaneamente la leggerezza e la tristezza della condizione umana.

“Gioisci dunque, o vivente! di questo posto riscaldato dall’amore prima che il fatale Lete bagni il tuo piede fugace!”

In questa citazione di Goethe, posta in apertura, sta tutto il senso di “Du levande” (2007), il secondo film facente parte della trilogia.

Andersson ci invita a cogliere i piaceri della vita finché siamo in tempo ma ci mette anche in guardia dai pericoli che si corrono quando si pecca di egoismo. Si torna a Kaurismäki ed al suo film “La Vie de Bohème”, nel quale Rodolfo ed i suoi amici non esitano a rinunciare a ciò che hanno di più caro pur di salvare la vita alla povera Mimì. Nel film di Andersson invece quello a cui assistiamo è una serie di situazioni che riflettono ciò che la società postindustriale e la sua incrollabile fede nel mercato hanno generato. In una breve scena vediamo un uomo sorpreso dalla pioggia scrosciante che cerca di ripararsi sotto la pensilina di una fermata d’autobus, ma è costretto a procedere oltre perché occupata da altre persone che si guardano bene dal cedere il proprio posto; in un’altra scena un uomo tenta di raggiungere l’ascensore prima che le porte si chiudano, l’ascensore è pieno di persone e anche questa volta nessuna di loro cerca di aiutarlo a salire. Perfetti esempi di quanto oggi possiamo essere isolati e separati gli uni dagli altri pur condividendo gli stessi spazi.

Du levande

“Nessuno mi capisce” sono le parole pronunciate all’inizio del film da una donna disperata; immagina di avere una motocicletta e di fuggire via da un mondo pieno di falsità, salvo poi mettere in dubbio i suoi propositi quando il compagno le dice che a casa l’aspetta un arrosto nel forno.

La contraddizione ci rende umani, il sogno ci rende vivi. Ed è nel sogno che Andersson si trova sempre più a suo agio, in esso tutto è possibile, tutto è permesso, è lì che possiamo finalmente sentirci liberi.

Così in “Du levande”, alle scene di vita quotidiana, nelle quali individui insoddisfatti trascinano la loro stanca esistenza, si alternano parentesi oniriche dove trovano spazio non solo incubi di presunte apocalissi o impietose condanne a morte, ma anche visioni fiabesche senza dolore né miseria, come la giovane Anna che sogna di sposare il cantante della sua band preferita. Il ragazzo suona la chitarra per lei nel loro nido d’amore, fuori dalla finestra il paesaggio comincia a muoversi, l’appartamento diventa un treno che lentamente viaggia fino ad arrivare ad una stazione dove una folla di estranei si è radunata per congratularsi con i novelli sposi. Da questa incredibile sequenza traspare l’atteggiamento positivo di Andersson nei confronti del genere umano; il desiderio di essere compresi ed accettati può essere realizzato se riusciamo a capire di non essere soli al mondo, in fondo, come dice il fidanzato della donna che voleva scappare via con una motocicletta all’inizio del film, “chi vive deve fare del suo meglio…o almeno provarci”.

Du levande

Tati, Kaurismäki, Andersson, sguardi diversi, anime inquiete, ma comunque accomunati dalla volontà di indagare questo oggetto misterioso che è l’essere umano, tutti idealmente abbracciando il motto di Rossella O’Hara “domani è un altro giorno”; se sia bello o brutto sta a noi deciderlo.

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