Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi (2016) di Werner Herzog

La curiosità ci rende vivi. Lo sa bene Werner Herzog, che ne ha fatto la propria ragione di vita. Nei suoi cinquant’anni di carriera cinematografica, il regista bavarese ha affrontato la furia degli elementi, sfidato le leggi della fisica, setacciato i luoghi più reconditi del globo terrestre, per cercare risposte alle sue domande.

Ad un certo punto i confini della Terra non gli bastano più. La sua immaginazione ne oltrepassa i limiti e lo spinge verso nuovi orizzonti, reali e virtuali.

Nel 2016 gira infatti il film documentario “Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi” (titolo originale “Lo and Behold, Reveries of the Connected World”) per appagare la propria curiosità su un mondo a lui ancora sconosciuto e per cercare di capire, da vero neofita, qualcosa in più su di un fenomeno che ha cambiato profondamente le nostre esistenze.

I ‘sogni dimenticati’, ispirati dalle pitture rupestri della Grotta Chauvet, forme primitive di espressione umana e da Herzog riprese nel suo precedente film “Cave of Forgotten Dreams” (2010), divengono oggi ‘fantasticherie del mondo connesso’, dove le immagini digitali concepite dalla rete attivano nuovi linguaggi espressivi e nuovi livelli di coscienza.

Nel corso dei dieci capitoli in cui è suddiviso il film abbiamo modo di osservare gli aspetti positivi e negativi del web, di come questo crei pericolose dipendenze e devianze oppure di come sia divenuto uno strumento importante per i progressi della ricerca scientifica e la prevenzione di eventuali catastrofi.

Internet, dunque, ci aiuta a vivere meglio? E soprattutto, come chiede più volte Herzog, “Internet sogna se stesso?”. Il regista è conscio del momento storico che stiamo vivendo, ma invita anche le persone a soffermarsi e pensare ai possibili sviluppi futuri ed alla capacità di sopravvivenza in un mondo senza Internet.

Nel capitolo dedicato ad una piccola comunità esistente in West Virginia, che ospita il radiotelescopio più grande del mondo, egli dimostra che ciò è possibile. Questo strumento, ricevendo i segnali provenienti dalla nostra galassia, impedisce la ricezione di tutti gli altri segnali terrestri e permette alle persone che soffrono di gravi disturbi causati dalle onde elettromagnetiche di vivere una vita “normale”; una realtà tuttavia dettata dalla necessità, accettata non per libera scelta.

Ogni cambiamento epocale comporta sviluppi imprevedibili, come la diffusione di una nuova dipendenza ossessiva, soprattutto nei giovani, che in casi estremi sono obbligati a disintossicarsi in appositi centri di riabilitazione.

Un lato oscuro sintetizzato in maniera grottesca nel capitolo dedicato alla famiglia Catsouras, costretta a vivere il dolore due volte, prima per la perdita della figlia in un incidente stradale, poi per lo sciacallaggio di persone che nell’anonimato della rete hanno diffuso le foto del suo corpo seviziato. Il padre e la madre parlano del tragico avvenimento, le altre tre figlie ascoltano in silenzio, con lo sguardo assente, sedute intorno ad un tavolo imbandito di dolciumi, il contrasto tra il dolce e l’amaro rendono la scena raccapricciante.

L’umorismo è un’arma potente nelle mani di Herzog, egli ama i contrasti e le contraddizioni, così nel corso del film assistiamo alle interviste a scienziati e studiosi del settore che si alternano senza soluzione di continuità a parentesi quasi surreali, come il gruppo di monaci tibetani che di fronte all’idilliaco Skyline di Chicago sembrano maggiormente assorti nei loro smartphone piuttosto che in preghiere meditative.

Tra le persone intervistate Herzog palesa il suo particolare interesse per Ted Nelson, il programmatore che nel 1963 coniò il termine ‘ipertesto’ e gettò le basi per lo sviluppo della rete. La sua visione di Internet come un sistema di collegamenti bidirezionali che permette l’interazione e lo scambio tra pagine e testi diversi si armonizza con la visione cinematografica di Herzog di connessione e dialogo regista/spettatore. Ciò che egli intende trasmettere a coloro che vedono i suoi film non è tanto l’esperienza del reale quanto piuttosto la poesia che in questo si cela.

“Abbiamo assolutamente bisogno di immagini che si armonizzano con la nostra civiltà e il nostro profondo intimo. A volte bisogna affrontare una lotta dura per ottenerle. Io non mi lamento del fatto che spesso si deve salire una montagna alta 8.000 metri per trovare delle immagini pulite, chiare e trasparenti. Qui non c’è più niente. Bisogna cercare bene, andrei anche su Marte o Saturno se un’astronave mi ci portasse. Su questa terra è difficile trovare una trasparenza delle immagini che una volta era presente. Io andrei ovunque per trovarla”; queste parole furono pronunciate da Herzog nel lontano 1985 nel film dell’amico e collega Wim Wenders “Tokyo-Ga”; non sorprende quindi che il regista bavarese, conversando nel film con l’imprenditore Elon Musk, da tempo dedito all’ambizioso progetto di portare la vita su Marte, si offra volontario per un possibile viaggio sul pianeta rosso.

In definitiva Herzog non esprime in maniera chiara una posizione a favore o contro questo nuovo villaggio globale virtuale, ma le immagini conclusive che ci riportano nella comunità in West Virginia, zona franca dalle contaminazioni della rete, dove è ancora possibile comunicare senza la presenza di uno schermo e condividere esperienze reali di socializzazione, lasciano intuire molto riguardo al suo pensiero.

Titolo originale: Lo and Behold, Reveries of the Connected World
Paese: Stati Uniti d'America
Anno: 2016
Durata: 98 min
Regia  e sceneggiatura: Werner Herzog
Fotografia: Peter Zeitlinger
Montaggio: Marco Capalbo
Musiche: Mark Degli Antoni, Sebastian Steinberg

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