Gran Torino (2008) di Clint Eastwood

Il 2008 è un anno fondamentale nella storia moderna, americana soprattutto; se nel 2001 si trattava di torri adesso sono i castelli di carta a crollare miseramente; il mondo finanziario va in rovina e con esso l’intero tessuto economico e sociale di molti paesi. In quello stesso anno Clint Eastwood gira “Gran Torino”, un film nel quale risultano evidenti i segni di questa crisi nonché le implicazioni morali che da essa ne derivano.

Nelle intenzioni di Eastwood questo avrebbe dovuto essere l’ultimo film in cui egli appariva come attore. Come abbiamo visto, il regista, oggi quasi novantenne, non ha resistito a lungo, concedendosi il piacere di recitare ancora davanti alla macchina da presa; il suo ultimo film “Il Corriere – The Mule”, in uscita nelle sale italiane il prossimo 7 febbraio, lo vede infatti impegnato ancora una volta nel doppio ruolo a lui caro di regista e interprete.

L’avventura nel mondo del cinema per Eastwood comincia negli anni settanta proprio nel momento in cui il settore si trova a vivere una stagione di profonda trasformazione, anche alla luce degli avvenimenti politici e sociali che interessavano gli Stati Uniti sia in patria che nel resto del mondo. La figura dell’eroe, mitizzata per anni, trova una nuova dimensione. Quando l’epopea del west si sporca del sangue di tutti coloro che sono stati sacrificati per alimentarlo, i registi prendono atto della necessità di ridefinire un genere che non rispecchia più la società del momento e non riesce a giustificare oltre l’uso indiscriminato della violenza per garantire il mantenimento di un ordine sociale solo apparente. L’eroe diventa mortale, acquista complessità, si mostra fallibile; Eastwood ci rende testimoni di questa mutazione e in quasi cinquanta anni di carriera cinematografica crea ed interpreta personaggi violenti, ambigui, spettrali, ai limiti della legalità, gioca a fare l’eroe e la vittima, confondendo i ruoli, mescolando i generi.

Negli anni duemila il suo modo di fare cinema cambia ulteriormente, il peso dell’età, l’accumulo di esperienza personale, si riflettono nel suo lavoro; i protagonisti dei suoi film, sotto la la loro tipica corazza da duri, cominciano a mostrare apertamente le proprie debolezze, affrontano i propri demoni interiori, cercando conforto negli altri, in persone che, pur nella loro diversità, si dimostrano migliori di coloro con i quali condividono legami di sangue, proprio come Walt Kowalski in “Gran Torino”.

Detroit, la città che ha pagato il prezzo più alto della crisi finanziaria statunitense, fa da sfondo alle vicende del film. Walt Kowalski, veterano della guerra di Corea, orgoglioso del suo passato di operaio alla Ford, una delle case automobilistiche più importanti degli Stati Uniti, in tempi recenti appannata dalla pressante concorrenza dei marchi stranieri, deve affrontare la morte della moglie, forse l’unica in grado di capirlo, e imparare e relazionarsi con un vicinato composto quasi unicamente da hmong, una comunità asiatica scappata dal proprio paese d’origine proprio per aver aiutato gli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam.

I pregiudizi offuscano il suo pensiero, egli vive ancora come se fosse negli anni cinquanta, la sua Gran Torino, gelosamente custodita, è lì a testimoniarlo; così quando il giovane Thao tenta di rubarla, costretto da una gang che vuole recrutarlo contro la sua volontà, la sua prima reazione è quella di imbracciare il fucile per difendere quel poco di buono che rimane del suo passato.

Walt ha speso una vita nell’aggiustare automobili nella speranza di riparare se stesso, anche adesso che è in pensione continua a farlo per scacciare i suoi fantasmi interiori. Dovrebbe sentirsi un eroe per aver ricevuto una medaglia al valore durante la guerra, egli invece non riesce neanche a guardarla per non dover pensare al fatto di averla guadagnata sulla pelle di un ragazzo che non voleva morire. La sua missione diventa allora quella di salvare Thao da un futuro segnato dalla violenza, salvare il ragazzo è salvare la sua anima.

“Gli eroi sono una cosa che creiamo noi, una cosa di cui abbiamo bisogno” si dice nel suo precedente film “Flags of Our Fathers” (2006). Nel difendere Thao e la sorella Sue, Walt diventa l’eroe del quartiere ma nel suo intimo qualcosa è cambiato; alla rabbia che lo ha consumato tutta una vita si oppone adesso la consapevolezza che il sangue non può essere lavato con il sangue. La violenza chiama altra violenza; all’ultima gravissima provocazione della gang ci si aspetta che Walt risponda in maniera implacabile ma l’età e l’esperienza con una comunità che è diventata la sua “vera” famiglia, lo costringe a riflettere.

Nella solitudine della sua casa, silenziosamente prende la sua decisione, il volto, per metà in luce per metà nell’oscurità, è il riflesso della lotta interiore tra bene e male, il fuoco della vendetta che brucia nei suoi occhi si placa con la freddezza della ragione.

Walt si prepara alla morte, pronto ad accoglierla serenamente, nella consapevolezza di essersi ormai riconciliato con la vita e di poter lasciare qualcuno in grado di ricordarsi ancora di lui. Riesce ad esaudire l’ultimo desiderio della moglie, confessandosi con il giovane padre Janovich, conquistando la propria redenzione nel suo gesto ultimo di autosacrificio, nella sua Passione sulla Via della Salvezza.

 

Titolo originale: Gran Torino
Paese: Stati Uniti d'America
Anno: 2008
Durata: 116 min
Regia: Clint Eastwood
Soggetto: Nick Schenk, Dave Johannson
Sceneggiatura: Nick Schenk
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox
Musiche: Clint Eastwood, Kyle Eastwood, Michael Stevens

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