La storia è uno dei soggetti principali del cinema di Pablo Larraín.

Ricordare, rivivere, rielaborare il passato è ciò che interessa maggiormente il regista cileno, sia quando racconta di persone comuni che si trovano a vivere in un momento fondamentale della nostra storia sia quando, di questa storia, egli ritrae una figura che ne ha scritto una pagina importante.

Prima di ottenere il giusto riconoscimento del proprio lavoro solo in tempi recenti, grazie ai suoi suggestivi ritratti di “Neruda” (2016) e “Jackie” (2016), Larraín concentra l’attenzione sul periodo più buio della storia cilena, come lui dice, “una scatola chiusa” impossibile da aprire, girando tre film ambientati durante il regime autoritario di Augusto Pinochet.

La storia è di chi la racconta e su quel periodo sono stati scritti fiumi di inchiostro, tesi ed ipotesi su come si siano realmente svolti i fatti, un mistero difficile da decifrare, che il regista vive in prima persona, essendo nato nel 1976, sotto la dittatura, in seguito testimone appena bambino di quel referendum del 1988 che mise fine al dominio indiscriminato del Generalissimo.

Tony Manero

Tony Manero

“Tony Manero” (2007) ha per protagonista Raul Peralta, un uomo di mezza età che vive di espedienti, talmente ossessionato dal protagonista del film “La febbre del sabato sera” (1977), da farne un vero e proprio stile di vita.

Il concorso indetto da un canale televisivo per trovare il sosia di John Travolta diventa per Raul la sua unica ragione di vita, uno scopo da raggiungere anche a costo di uccidere o di giocare sporco. Il protagonista, pur nella sua meschina esistenza, fatta di piccoli e grandi crimini, comunque trascurabili agli occhi di una polizia che pensa solo a perseguitare gli oppositori del regime, esercita nei confronti delle persone, soprattutto di sesso femminile, uno strano potere di attrazione; come una sorta di Pinochet in miniatura, sfrutta questo ascendente per volgere gli eventi a suo vantaggio, eliminando i possibili avversari con mezzi illeciti ed imponendosi attraverso i soprusi e la violenza.

Tony Manero

Siamo nel 1978, quando la dittatura si è ormai consolidata, grazie anche ad una politica neoliberista portatrice di una rapida crescita economica; la percezione di un certo stato di benessere, amplificata dai mezzi di comunicazione di massa, non può che oscurare le pratiche e i mezzi repressivi necessari a mantenere una facciata affidabile ed esemplare. Raul Peralta, deciso a guadagnarsi il proprio posto al sole, non vede altra via d’uscita da quella vita nell’ombra se non attraverso la musica, il cinema, la televisione; anch’egli accecato dal sogno americano, non esita a togliere di mezzo qualsiasi ostacolo che gli impedisca di raggiungere la sua illusione di felicità.

 

Post Mortem

Il successivo “Post Mortem” (2010) torna indietro di cinque anni esplorando, attraverso gli occhi di un impassibile impiegato dattilografo dell’obitorio, il colpo di stato cileno del 1973. L’idea del film nasce da un articolo sull’autopsia di Salvador Allende, dal quale Larraín apprende che il rapporto fu redatto, oltre che da due noti dottori, anche da una terza persona di nome Mario Correjo, assistente del coroner. L’intento del regista era di mostrare quello che accadde in quei giorni dal punto di vista di una persona ordinaria che assiste ad un avvenimento fondamentale per la storia del Cile.

Post Mortem

Dopo l’interpretazione di Raul Peralta in Tony Manero, l’attore Alfredo Castro torna qui a recitare per Pablo Larraín, vestendo i panni del protagonista Mario Correjo, un personaggio che potremo considerare all’estremo opposto del precedente ma con il quale condivide l’incapacità di essere connesso con il mondo reale. Due modi diversi di vivere la propria alienazione sociale, incapaci di provare affetto se non per figure ideali impossibili da raggiungere (John Travolta per Raul, la ballerina di cabaret Nancy, sua vicina di casa, per Mario).

Al contrario di “Tony Manero”, dove la macchina da presa è in continuo movimento, quasi a pedinare ogni passo del protagonista, qui l’immagine si fa statica, l’atmosfera è fredda, asettica, come la camera mortuaria dove lavora Mario, nella quale la morte viene registrata, analizzata, certificata come unica cosa attendibile, anche quando si tratta del corpo di Salvador Allende.

Post Mortem

Il povero assistente registra la morte di esseri umani spesso incolpevoli, uccisi solo perché sospettati di essere nemici dell’autorità costituita, senza fare domande; l’importante è assecondare la versione ufficiale e conformarsi ad essa, pur se ciò comporta rendersi invisibili sino al punto di non riuscire più a distinguersi da quei cadaveri che giacciono inerti in gelide stanze.

La frequente uscita dei personaggi dall’inquadratura, l’interazione con oggetti che rimangono fuori dallo schermo, amplificano quel senso di invisibilità, di occultamento, così che il nostro punto di vista viene ridotto, ostacolato, al pari di quello dei cileni che vissero quei giorni. In questo contesto, anche il colpo di stato avviene fuori campo, mentre Mario si trova sotto la doccia; i colpi, le urla, i fragori, che noi spettatori udiamo distintamente, non raggiungono le orecchie di Mario, confusi dal rumore dell’acqua scrosciante; egli ripete i suoi normali gesti quotidiani, senza accorgersi che fuori si sta facendo la storia.

 

No

No

L’ultimo film della trilogia, “No” (2012), concentra l’attenzione sul referendum cileno del 1988.

All’epoca, incalzato da forti pressioni internazionali, Pinochet credeva di poter ratificare il suo regime tramite questo strumento di espressione diretta del voto, concedendo altresì la possibilità alle opposizioni di far trasmettere una serie di spot a favore del No sulla tv nazionale, pur con durata limitata e in tarda serata per limitarne la visibilità.

Il bravissimo Gael García Bernal interpreta il giovane pubblicitario René Saavedra, assunto dalla coalizione dei partiti di opposizione per curare la campagna del No. René, figlio di un dissidente cileno esiliato in Messico, estraneo alla politica e ai suoi meccanismi, sembra accettare l’incarico più per mettere alla prova se stesso e le sue capacità professionali piuttosto che per una vera e propria vocazione politica.

“Ciò che vedrete ora è profondamente radicato nel contesto sociale del Cile contemporaneo… oggi il Cile pensa al suo futuro”; tre volte nel film egli ripete questa stessa frase, sia che si tratti di pubblicizzare una bibita gassata, una soap opera o la democrazia.

Convinto che il futuro sia guardare al modello statunitense, all’American way of life, René ritiene che il modo migliore di impostare la campagna del No sia quello di puntare sull’allegria, sull’approccio positivo alla vita, piuttosto che parlare della violenza e dell’angoscia provate durante la dittatura; il suo intento è quello di far percepire agli spettatori che la democrazia è qualcosa di divertente, felice e, come si dice nel film, “cosa è più felice della felicità?”

No

Quella che all’inizio sembrava essere per lui soltanto una sfida professionale da vincere si trasforma in qualcosa di più profondo. A differenza dei due film precedenti, ove il contesto sociale era nascosto o appena avvertito ed i loro protagonisti risultavano privi di qualsiasi inclinazione politica o sociale, in questo caso Renè, accettando l’incarico di curare la campagna pubblicitaria, si pone al centro della storia, quale partecipante attivo degli eventi e persino capace di influenzarne il loro corso.

Tutto questo ha un prezzo, la conquista della libertà collettiva comporta giocoforza la perdita di una certa libertà individuale. Esponendosi in prima persona a favore della causa, René si trova impreparato e intimidito dinanzi alle ritorsioni della parte avversa. Quando il No vince il referendum, egli si allontana dalla folla dei cileni esultanti nelle strade con un’espressione incerta, scettica, quasi non fosse ancora convinto di ciò che sta accadendo intorno a lui, sentendosi fuori posto.

No

I detrattori del film hanno accusato Larraín di aver semplificato e distorto la verità dei fatti, oscurando i sacrifici e le dure battaglie sostenuti dall’opposizione nel corso di quegli anni a favore di una visione che riduce la vittoria ottenuta a mero risultato di una fruttuosa strategia di marketing, incapace di riflettere la complessità della situazione sociopolitica della nazione.

Credo invece che anche questa definizione sia di per sé riduttiva. Come detto in principio, Larraín cerca di fare chiarezza su di un’epoca che in molti preferirebbero dimenticare e non analizzare, guarda non solo al passato ma anche al nostro presente. Egli riflette e fa riflettere sull’idea di democrazia e sulla sua mercificazione, sul valore che questo termine aveva in precedenza e sull’utilizzo improprio che troppo spesso ne viene fatto oggi, quando finisce per diventare semplicemente un attraente e spendibile prodotto dei media, uno specchietto per le allodole dietro al quale continuare a legittimare politiche autoritarie e conservatrici.

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