Mektoub my Love – Intervista alla montatrice Maria Cristina Giménez Cavallo

Ho letto che la tua collaborazione al film è stata da te fortemente cercata. La tua ammirazione per Kechiche era così grande che non hai esitato a proporti al regista non appena se ne è presentata l’occasione. È bello vedere persone come te che credono fino in fondo a quello che fanno e abbracciano il motto “volere è potere”. Raccontaci come è andato questo incontro.

Ero già appassionata del film « Cous cous », ma quando ho visto « La vita di Adele » sono stata presa da un’ammirazione totale per Abdellatif. Il fatto di seguire il viso di una persona che mangia e che piange durante gran parte del film mi ha colpito in modo particolare perché mi ricordava le idee di Cesare Zavattini e Vittorio De Sica: filmare i fatti quotidiani della vita per sublimarli.

Così quando mi sono laureata alla Columbia University (con delle specializzazioni in francese, italiano e cinema), sono corsa subito a Parigi con il preciso intento di lavorare con questo regista. Come se fosse stato davvero il mektoub (« destino » in arabo), lui era seduto al caffè davanti al suo ufficio. Mi sono presentata con il mio curriculum, dandogli la mia disponibilità a lavorare con lui nella produzione del suo nuovo film. Con grande sorpresa nei giorni successivi ho ricevuto una sua comunicazione che mi ha permesso di entrare nella sua école Kechiche! Volere è potere per colui che ci crede e che ci lavora, e come diciamo noi americani: « dreams come true ».

 

Dovendo prepararmi per questa intervista ho cercato in rete qualche informazione su di te, così mi sono imbattuta in un tuo video di qualche anno fa nel quale descrivi la vita in fattoria di un allevatore e si vede tra le altre cose il parto di un mucca; ho subito pensato alla sequenza in cui Amin assiste al miracolo della nascita degli agnellini nel film. C’è qualche legame tra questi due episodi? Hai suggerito tu l’idea a Kechiche?

Lavorare con Kechiche è una vera collaborazione. Lui tiene in considerazione le idee altrui e ci fa sognare con lui all’interno del mondo del suo film. Da anni faccio delle ricerche sul tema del post-umanesimo nel cinema. Per la mia tesi di laurea alla Columbia, infatti, avevo fatto un’analisi delle Quattro volte di Michelangelo Frammartino su come riesca a fare vedere l’anima di ogni protagonista, che sia uomo, animale o minerale. Sentendo il mio entusiasmo per il mondo dei pastori attraverso il cinema, Abdellatif si è appassionato a quest’idea e così abbiamo convertito il personaggio di Ophélie in una figlia di pecorai. Per me la scena della nascita degli agnelli è la scena più bella del film ed è il frutto di questo spirito collaborativo.

Immagine correlata

 

Parlavo di Internet e del suo potere. Nel film, ambientato nel 1994, non vi è traccia di questo fenomeno, i giovani escono per socializzare, i rapporti sono genuini, non si sente ancora la necessità di nascondersi dietro uno schermo. Tu sei giovane, cresciuta proprio nel bel mezzo della rivoluzione digitale, credi fosse possibile ambientare questo tipo di film al giorno d’oggi? È per questo che Kechiche ha scelto proprio quel periodo?

È vero che i rapporti di oggi si sono cambiati. La gente sembra vivere più in un mondo virtuale e attraverso lo schermo che non nel presente. Oggi, invece di andare in spiaggia per corteggiarsi, i giovani possono andare su Tinder o altri siti per conoscere la gente virtualmente. I rapporti non sono più così semplici, perché se per esempio due ragazzi come Tony e Amin vengono da te in spiaggia, si è molto più caute. Ma il film è fatto di nostalgia per un’epoca più semplice, e perciò era essenziale ambientarlo prima di questa rivoluzione digitale. C’era anche lo spazio lasciato a questo « mektoub ». Amin non può ritrovare Charlotte su Facebook o scrivendole per WhatsApp, ma deve lasciare che il destino unisca le loro strade.

 

La scelta temporale dell’ambientazione suggerisce anche un certo sottotesto politico nel momento in cui si percepisce il contrasto tra la serena integrazione che si realizza tra i giovani del film e la delicata situazione internazionale che viceversa dobbiamo affrontare oggi. Sembra quasi che Kechiche voglia farci ricordare ciò che abbiamo dimenticato, invitarci a riflettere su come sia stato possibile arrivare a un simile grado di tensione politica e sociale in paesi liberi e democratici. Avete parlato di questo aspetto durante le riprese?

È stata una scelta cosciente ambientare il film nel 1994 anche per queste questioni politiche, e soprattutto per la speranza che si nutriva per il futuro. Abdellatif mi parlava di un’epoca dove si immaginava pace per il nuovo millennio. Mi parlava del FIFA World Cup del 1998 quando la Francia ha vinto con una squadra fatta di giocatori di tante origini diverse. Sembrava una pace finalmente al culmine del motto francese « égalité et fraternité ».

Io invece sono cresciuta in un mondo post 9/11, dove la libertà si restringe sempre di più e nonostante ciò la gente non si sente sicura. Le persone sono diventate sospettosa dell’Altro e c’è una crescente islamofobia. Come dice Amin in spiaggia, lui immagina nella sua sceneggiatura che i robot esisteranno nell’anno 2020 per aiutare l’uomo a vivere in pace. Nel film questi ragazzi vivono fra di loro senza il razzismo verso i musulmani che si è accentuato dopo il 9/11 e senza pensare ai problemi politici che verranno nel nuovo millennio.

 

מכתוב אהובתי: פרק ראשון | Jerusalem Film Festival

 

Mektoub si articola in piani sequenza e sequenze molto lunghe. In che modo vengono pianificate le scene? C’è molta improvvisazione? E se sì, in che termini? Solo di dialogo o anche di azione?

Mektoub è un film molto speciale perché abbiamo lavorato alla sceneggiatura sul set per lasciare catturare alla cinepresa la realtà di una vita naturale. Un take poteva durare anche un’ora, affinché gli attori non si accorgessero più che stavamo girando e che loro si fossero calati nei loro personaggi. Gli attori proponevano idee, e poi diventava una specie di prova teatrale per arrivare ad una simbiosi totale.

 

Il film, da alcuni, è stato accusato di maschilismo. E’ innegabile che si possa riconoscere uno sguardo maschile nel modo di inquadrare i corpi, ma a me è sembrato che in realtà fossero i personaggi femminili i più forti, lì dove gli uomini sembrano invece condannati all’inazione o “vittime” delle proprie pulsioni. Qual’è il tuo punto di vista su questa critica specifica?

Mi fa piacere che tu abbia capito l’idea. Infatti, il mondo del film è legato pienamente allo sguardo di Amin che lo osserva. C’è solo un momento in cui la cinepresa lascia volutamente la prospettiva di Amin: mentre Ophélie si sta cambiando nella sua stanza. Lui la vede solo dal petto in su alla finestra, ma la cinepresa la inquadra da dentro, come se stesse facendo uno scherzo ad Amin che vorrebbe ma non riesce a guardare.

Comunque, il personaggio di Amin è inattivo e si lascia guidare dalle ragazze e dai loro desideri. Lui non fa il primo passo, ma aspetta che qualcuna decida per lui, sia nei confronti di Ophélie, Céline o Charlotte. La forza delle donne è resa chiara anche per il personaggio della mamma, Dede. Questa donna, coi tacchi alti e sempre sorridente, non è l’immagine dell’araba velata, e quindi rompe gli stereotipi. È chiaramente lei che comanda nella famiglia, per esempio quando ordina al suo marito di tornare in cucina per lavorare.

Poi, il film è stato montato da due donne, quindi c’è anche lo sguardo nostro. Perciò, per me non ha senso parlare di maschilismo.

Mektoub, My Love, il film dopo il quale ogni altro ...

 

In sede di montaggio avevate a disposizione molto girato? Tu e Nathanaëlle Gerbeaux avete lavorato in perfetta armonia? Immagino che Kechiche abbia voluto supervisionare l’intero processo, conoscendo la perizia che mette in tutti i suoi lavori.

Avevamo davvero girato molto e ci dovevamo organizzare bene. Ognuna lavorava all’interno di una scena, come se fosse un cortometraggio, senza pensare al film in generale. Sceglievamo quello che sembrava l’essenziale e il più bello per ogni momento, invece di pensare a quello che serviva alla narrazione globale. Poi ci si scambiavano le scene e mettevamo in evidenza altre trame, così pian piano il film prendeva la sua forma definitiva.

Abdellatif si è messo con noi al montaggio solo quando avevamo già fatto parecchio lavoro, per non abituarsi troppo alle immagini. Gli piace quando si fanno delle proposte creative ed è disposto a riprovare tutto in un laboratorio di sperimentazione. È stato davvero difficile tagliuzzare tanto materiale e ritrovare la struttura narrativa, ma eravamo totalmente prese dalla passione del montaggio, come se la nostra vita dipendesse da ogni inquadratura. Comunque io e Nathanaëlle abbiamo lavorato in perfetta armonia, da vero duo artistico. Stiamo anche sviluppando altri progetti per continuare la nostra collaborazione.

 

C’è una scena in particolare che avete dovuto tagliare con dispiacere?

Tutto il Canto Due! Con la prima parte del film che durava già tre ore, ci siamo resi conto che avevamo girato troppo per un solo capitolo e che si doveva tagliare a metà. Anche se avevamo già montato gran parte del film, Abdellatif ha deciso che si poteva migliorare e così abbiamo rigirato tutta la seconda parte da capo. Avrò sempre nostalgia per quello che sarebbe stato il primo Canto Due, anche se riconosco che il film si è molto migliorato tecnicamente.

 

Il film ha un ritmo molto fluido. L’unico stacco evidente avviene durante una scena in discoteca. E’ dovuto ai tagli effettuati dopo il Festival di Venezia? A cosa è stata dovuta questa “limatura”?

A dire la verità, noi abbiamo vissuto la proiezione al Festival di Venezia come un incubo. Essendo sotto la pressione di presentare il film davanti a tanta gente per la prima volta su uno schermo immenso, ci siamo rese conto di tutte le lunghezze del film e tutto quello che c’era ancora da perfezionare. Perciò, subito dopo il festival io e Nathanaëlle siamo ritornate in sala di montaggio mentre Abdellatif si preparava per girare il Canto Due. Abbiamo dunque avuto l’occasione di limare” soprattutto quella maledetta scena di discoteca che abbiamo ridotto da 30 minuti interminabili, tagliando pian piano finché non sono rimasti che venti minuti.

Risultati immagini per mektoub my love

 

A scorrere la lista di quanti hanno collaborato al film, ci si fa un’idea del set molto giovane e cosmopolita. Che atmosfera c’era sul set? E che tipo è Kechiche?

Girare alla “scuola Kechiche” è una cosa unica al mondo. Siamo tutti giovani e siccome per tanti è una delle prime esperienze professionali, tutti hanno voglia di imparare e passione per lavorare. Direi che a volte assomigliava più ad una scuola-vacanza che non un set cinematografico perché non c’era distinzione fra attori e tecnici e si mangiava sempre tutti insieme, come in una grande famiglia. Abdellatif è un artista misterioso che non si può decifrare. Questa esperienza dietro le quinte meriterebbe un film a se stesso. Abdellatif ci ha lasciato una libertà tale che ognuno contribuiva con tutto il cuore e tutta l’anima. Il suo segreto è il sapere captare da tutti le varie idee, in modo da ottenere un lavoro collettivo, un grande affresco della vita dipinto da varie mani.

In più Abdellatif ha creato una squadra cosmopolita. Gli piace, infatti, lavorare con persone che vengono da diverse parti del mondo. Essendo emigrato dalla Tunisia da giovane, crede molto allo scambio culturale. Infatti, la scelta dei vari collaboratori principali cade, per esempio, su Chafik Laribia dal Marocco, Marco Graziaplena e Riccardo Marchegiani dall’Italia, ed io italo-ispano-americana.

 

Puoi anticiparci qualcosa sul Canto Secondo? Sarà diviso in due parti?

Sarà una grandissima sorpresa!

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.