Cosa hanno a che fare le teorie del complotto con il cinema Hollywodiano?

Questo articolo cerca di spiegare ed inseguito re-interpretare (ironicamente) alcune teorie del complotto, dalle più classiche alle più recenti, mettendole in correlazione ai grandi classici del cinema americano

Spoiler alert: la descrizione dei film citati potrebbe contenere spoiler.

La storia ci ha insegnato molte cose, una fra queste è non avere fiducia nelle istituzioni. Sembra quasi automatico pensare che potere, corruzione e complotti siano indissolubilmente legati fra loro come due facce della stessa medaglia. O, perlomeno, dalle varie lamentele da bar a cui ho avito la fortuna di assistere, credo che questo sentimento sia abbastanza diffuso, soprattutto qui in Italia.

Negli Stati Uniti d’America, considerati patria della democrazia e della libertà, qualsiasi dubbio che coinvolga corruzione, menzogne e poteri forti, viene relegato nell’ambito delle “Conspiracy Theories” (Teorie della cospirazione); i ragionevoli dubbi sono infatti ora classificati e accumunati alle teorie complottistiche più strampalate, tanto da far diventare molto labile il confine fra ciò che è vero, ciò che è falso, quello che potrebbe essere probabile da quello che potrebbe essere praticamente impossibile.

Rettiliani che si nascondono in gusci dalle fattezze umane, una setta satanica potentissima che tira le fila invisibili del mondo, ovvero gli ormai mitologici “Illuminati”, di cui farebbero parte politici, magnati dell’economia, ma anche attori e cantatanti (i gemelli di Beyoncé sarebbero i nuovi sovrani del gruppo massonico), i quali attuerebbero una serie di “programmi” segreti per sorvegliarci, manipolarci e rilegarci nell’ignoranza in vista di un “Nuovo Ordine Mondiale”. In molti casi infatti queste teorie sfiorano il ridicolo, basti pensare alla “Flat Earth Theory”, che ci riporterebbe a concepire la Terra non più come un globo ma come un corpo piatto.

Secondo molti cospiratori, Beyoncé sarebbe la “reginetta” degli Illuminati; nei propri video e performance userebbe molte simbologie proprie del gruppo massonico.

Anche il mondo patinato del cinema Hollywoodiano e dei Vip che sembra, a noi comuni mortali, inarrivabile, dorato e perfetto, non è esente da queste teorie, che in molti casi si sono rivelate ben più che semplici vaneggiamenti di pazzi cospiratori, ma realtà tangibili. Chiunque riuscirà a guardare oltre la luce artificiale che quel mondo sprigiona, potrà scorgere plastica (tanta), ipocrisia, violenza, soprusi, sfruttamento, fino ad arrivare al peggio; stupri e pedofilia.

Comunque, anche se la gran parte di queste teorie (che, per l’appunto, rimangono tali) sono sicuramente allucinate e poco credibili, molte altre risultano, anche se ugualmente assurde, molto fantasiose e interessanti, soprattutto considerando che potrebbero rientrare nella sfera non solo del credibile, ma anche del probabile, in quanto sostenute da coincidenze strane, testimoni oculari credibili e prove abbastanza tangibili (quando non contraffatte). Cosa c’entra quindi il cinema con tutti questi complotti?

Scavando nel web ho trovato questa teoria di cospirazione interessantissima, il cosiddetto “Predictive Programming”; il governo, o gli Illuminati, o chi che sia, starebbe abituando la coscienza collettiva (le nostre menti, insomma) a degli avvenimenti altrimenti traumatici; come? Tramite film, telefilm, libri, articoli, fumetti e quant’altro. Una volta educata la coscienza delle masse, essa non reagirà con violenza o panico ad avvenimenti incredibili ed altrimenti inaccettabili. Sarebbe, in pratica, una sorta di programma di manipolazione mentale, utile a far accettare determinate cose ad un numero di persone enorme, senza che poi la situazione degeneri nella paura e nel caos.

Sembra assurdo, vero? Eppure, l’attacco terroristico alle torri gemelle, l’epocale 9/11, a quanto pare è stato previsto più e più volte nell’arco di una cinquantina d’anni antecedenti all’avvenimento stesso.

Uno dei tanti esempi; l’episodio di Johnny Bravo, uscito 4 mesi prima della disgrazia
del 9/11

Sia chiaro, non sono una fan di queste teorie, ma ho trovato il “Predictive Programming” particolarmente avvincente perché in grado di rivalutare completamente alcuni grandi classici horror e fantascienza della storia del cinema, rendendoli ancora più inquietanti.

Basti pensare a “Essi Vivono” (“They Live”, 1988) capolavoro di John Carpenter, tratto da un libro del 1963 “Eight O’Clock in the Morning” scritto da Ray Nelson, in cui John Nada, arrivato a Los Angeles in cerca di un lavoro, nel frequentare la chiesa di uno strano gruppo religioso (il cui motto è “Essi vivono, Noi dormiamo”), trova nascosta nel muro una scatola con dentro degli occhiali da sole con un filtro in bianco e nero speciale, che gli permetterà di vedere la realtà per com’è veramente.

Non solo scoprirà i veri messaggi dei cartelloni pubblicitari sparsi per tutta Los Angeles (metafora per i cosiddetti “messaggi subliminali”) che gridano “CONSUME, MARRY AND REPRODUCE” oppure “CONFORM”, “OBEY”, SLEEP”, ma vedrà anche, con grande orrore, il vero aspetto di esseri che si dichiarano “umani”, ma che sono in realtà strane creature aliene molto simili a degli zombie.

John Nada inizierà combattere le creature, le quali, infiltrate da diverso tempo fra i potenti della Terra, manipolano e sfruttano gli esseri umani e le risorse naturali del pianeta, a discapito ovviamente dei suoi abitanti.

La realtà vista attraverso gli occhiali di John Nada in “Essi Vivono” (1988) di John Carpenter

Questo film, se letto in chiave letterale e secondo la teoria del “Predictive Programming”, assume connotati a dir poco inquietanti, soprattutto pensando al fatto che “Essi Vivono” in effetti non è stato il primo film ad introdurre nell’immaginario collettivo l’idea di creature aliene che si sostituiscono agli esseri umani.

L’invasione degli Ultracorpi” (“The Body Snatchers”, 1956, Don Siegel), infatti, propone grosso modo lo stesso concetto; la cittadina di Santa Mira (California) è invasa da extraterrestri che, all’interno di bozzoli vegetali nascosti nelle cantine delle cantine degli americani, crescono a immagine e somiglianza dei proprietari delle case, e si sostituiscono ad essi mentre dormono.

Gli alieni sono identici alle persone a cui hanno rubato l’identità, e condividono i loro stessi ricordi, senza però provare alcuna emozione umana, ed è proprio questo a far sì che molte persone inizino a rendersi conto, pian piano, di quel che sta succedendo. Il Dottor Bennell (il protagonista) inizia infatti a riportare tantissimi casi di pazienti convinti che il proprio padre, zio o fratello, non sia in realtà chi dica di essere; inizialmente Bennell crede che si tratti di una sorta di isteria collettiva, ma, grazie al ritrovamento di corpi inanimati impossibili da definire come cadaveri, e di misteriosi bozzoli “vegetali”, riesce ad intuire la gravità della situazione, iniziando finalmente a cercare di avvertire tutte le città limitrofe.

Riuscirà a spiare dalla finestra del proprio studio medico i movimenti degli alieni, e quindi capire quale fosse il loro piano; sostituirsi segretamente a tutti gli esseri umani del pianeta.

I bozzoli durante il processo di creazione di nuovi corpi in “L’invasione degli Ultracorpi” (1956)

Effettivamente, i primi avvistamenti alieni vennero registrati intorno alla prima metà degli anni ’40, e l’incidente di Roswell (1947), che diede inizio alla leggenda dell’Area 51 (zona militare segreta, la cui esistenza venne resa nota solo nel 2013), fu ampiamente discusso e approfondito da giornalisti e ufologi. Nel 1978, Friedman, ex ricercatore di fisica nucleare, intervistò Jesse Marcel, il maggiore che nel 1947 venne fotografato di fianco ai rottami trovati a Roswell (dichiarati dal governo come resti di un pallone sonda), e quello che ottenne fu incredibile. Marcel, assieme al generale Roger Ramey, ammise che l’areonautica militare statunitense aveva  dichiarato il falso al solo scopo di insabbiare la faccenda e quindi non far venire a conoscenza della vera natura di ciò che precipitò in quella sperduta cittadina nel New Mexico.

Secondo molte teorie del complotto, il governo americano avrebbe trovato a Roswell dei rottami alieni, e avrebbe avuto il primo contatto con forme di vita extraterrestri, stringendo poi un patto grazie al quale gli alieni avrebbero potuto transitare liberamente nel nostro pianeta allo scopo di abdurre (rapire) esseri umani e animali, su cui avrebbero poi condotto degli esperimenti; gli extraterrestri, in cambio, avrebbero fornito all’umanità tutte le conoscenze necessarie per il raggiungimento di una tecnologia sempre più avanzata.

Esistono comunque molte teorie del complotto diverse fra loro per quanto riguarda il presunto rapporto fra apparati militari statunitensi ed extraterrestri.

Voglio qui fare l’avvocato del diavolo; per quanto sembri assurdo, questa teoria ha senso. Dagli anni 50 in poi, la tecnologia ha iniziato a fare balzi da gigante. Ripercorrendo la storia dell’essere umano, nessun periodo storico vide un’evoluzione tecnologica così veloce come quella iniziata più o meno dalla metà del ‘900. Certo, questo sviluppo esagerato si potrebbe facilmente attribuire all’invenzione del computer e delle prime I.A (intelligenze artificiali) o alla diffusione del sistema capitalistico, che ha portato benessere e scolarizzazione diffusi…ma quando  un ex ministro della difesa Canadese, Paul Hellyer, una persona dal curriculum impeccabile e certamente più intelligente del normale, dichiara che vi sono diverse razze di extraterrestri nella terra, e che gli alieni bianchi sono in contatto con il governo Statunitense…beh, qualche dubbio ti viene.

Le dichiarazioni di Hellyer finite sui telegiornali.

In tutto il mondo, infatti, iniziano a essere riportati casi di “rapimento alieno”, il più eclatante dei quali fu quello del taglialegna Travis Walton, il quale dichiarò di essere stato rapito nel 1975. Il suo caso divenne così famoso e fu così convincente da ispirare il film “Bagliori nel Buio” (“Fire in the Sky”, 1993, di Robert Lieberman), altro grande classico del genere “sci-fi”, dove la sua storia venne riportata in maniera abbastanza fedele: finito il lavoro, Walton e i colleghi intravedono una forte luce nel bel mezzo del bosco; egli decide di indagare, viene colpito da una specie di lampo proveniente dalla forte luce, i colleghi scappano in preda al panico, e, al loro ritorno, l’amico è scomparso nel nulla.

La polizia viene avvertita dell’accaduto, ma i sospetti ricadono immediatamente sui compagni di Walton, i quali vengono accusati di omicidio e occultamento di cadavere. I ragazzi, però, negano tutto, dichiarando di essere stati testimoni di un rapimento alieno, e decidono di sottoporsi al test della macchina della verità, test che supereranno a pieni voti.

Walton riapparirà dal nulla dopo qualche giorno, in uno stato confusionale post traumatico, ma una volta riacquistata la memoria confermerà l’ipotesi di abduzione aliena, sottoponendosi a sua volta al test della macchina della verità, superandolo. Particolarmente inquietanti saranno le immagini degli esperimenti alieni sul povero taglialegna proposte dal film .

Scena tratta da “Bagliori nel Buio”

Tutto questo sembra assurdo, è vero, ma riflettendo su quale sarebbe l’intento del fantomatico “Predictive Programming”, dobbiamo però ammettere una cosa; l’esistenza di forme di vita aliene, grazie a film e serie tv quali X-files, La Guerra dei Mondi, Independence Day e moltissimi altri, è ormai entrata nell’immaginario comune, e, nel caso le istituzioni un giorno annunciassero che gli extraterrestri effettivamente esistono e sono fra noi, non ne rimarremmo più di tanto stupiti o scombussolati.

Come dicevo all’inizio, i complotti si espandono ben oltre le pareti degli edifici governativi e militari, arrivando nel cuore di Hollywood e delle case discografiche più famose, su cui gli Illuminati avrebbero il controllo totale: secondo alcuni i massoni costruiscono dei cloni che si sostituiscono alle star, secondo altri le celebrità sono controllate da strane ipnosi. La mia teoria preferita rimane la più classica, cioè quella della setta satanica, secondo cui chiunque voglia diventare famoso debba per forza stipulare un patto con il demonio e giurare sottomissione e fedeltà al famoso gruppo massonico.

Come non pensare, quindi, a “Rosemary’s Baby”? La pietra miliare del 1968 di Roman Polanski narra infatti la storia di una giovane coppia (Guy, un attore ambizioso, Rosemary, una semplice ragazza di campagna) che, nonostante le oscure vicende di cronaca nera che coinvolgono il palazzo, decide di trasferirsi in un elegante appartamento a New York. Il vicinato, per lo più vecchi eccentrici e cordiali, sembra essere invadente ma innocuo, anche se certe notti un inquietante canto rituale si fa sentire al di là della parete della camera matrimoniale.

Rosemary accetta comunque l’invito a cena di Roman e Minnie Castevet (due anziani vispi e chiacchieroni), ma, da quella sera in avanti, il matrimonio di Guy e Rosemary non sarà più lo stesso. I Castevet diventano una presenza ossessiva nella vita matrimoniale dei protagonisti, ma solo Rosemary sembra esserne disturbata; Guy, infatti, seguiterà ad incontrare l’anziana coppia anche da solo, obbligando spesso Rosemary a partecipare.

Sarà proprio Guy a decidere quale sarà la data del concepimento del figlio, e sarà proprio lui ad accettare il dessert preparato da Minnie, convincendo la moglie a mangiarlo. Rosemary crollerà incosciente ed in preda alle allucinazioni, venendo poi trasportata nell’appartamento dei vicini, dove, durante il rituale satanico, verrà stuprata dal demonio in persona.

La gravidanza di Rosemary sarà debilitante e terribile, ma la donna, non perdendosi d’animo, scopre che il marito, tramite i Castevet, ha stretto un patto con il diavolo, donando la vita del feto a Satana; la malefica setta è composta dalle persone più influenti, ricche e popolari della città, insospettabili di tali crimini. 

Roman Castevet (interpretato da Sidney Blackmer ) inneggia a Satana in
“Rosemary’s Baby”

In “La Morte ti fa Bella”, commedia horror del 1992, Robert Zemeckis rappresenta questo cerchio ristretto in modo del tutto diverso; ai vips di Hollywood veniva somministrata una pozione miracolosa, in grado di riportare il corpo all’età di 20 anni, permettendogli di non invecchiare mai più. Superata però una certa età anagrafica, l’attore o il cantante era obbligato a simulare la propria morte, così da non destare sospetti vista l’innaturale giovinezza che avrebbero mostrato al mondo dopo un certo numero di anni. La pozione dell’eterna giovinezza sarebbe così rimasta segreta, e i vips avrebbero potuto continuare a vivere indisturbati lontani da occhi indiscreti.

Mario Streep in “La Morte ti fa Bella”

Immagino che questa cospirazione non giunga nuova alle vostre orecchie; sono infatti famosi gli avvistamenti di persone famose dichiarate morte. Basti pensare a Elvis Presley, Michael Jackson, o la più recente e assurda teoria del complotto che dipingerebbe Pharrel Williams come una specie di essere immortale.

La prova: Pharrel Williams è immortale!

Passiamo ora alla madre di tutte le teorie complottistiche: il “Mandela Effect”.

Ricordate Topolino? Con le sue bretelle e pantaloncini rossi? I funerali di Nelson Mandela? Il monocolo del vecchio riccone simbolo del gioco “Monopoli”? Ricordate l’iconica frase di Star Wars:  “Luke, I am your father” ? O quella di Forrest Gump, “La vita è come una scatola di cioccolatini” (“life is like a box of chocolates”)

Se si, ho una brutta notizia da darvi; siete vittime del Mandela Effect, perché tutte le cose sopra ricordate sono false. Secondo questa teoria, le persone che ricordano alla perfezione questi particolari (fallaci in questa realtà) apparterrebbero ad un universo parallelo, e, per qualche oscuro motivo, sono scivolate in questo.

Topolino infatti non indossa un costume con le bretelle, i funerali di Nelson Mandela non sono mai andati in onda, il vecchio del monopoli non ha un monocolo, e, soprattutto, quel che Dart Vader ha veramente detto nel film è ”No, I am your father”, mentre Forrest Gump dice “Life was like a box of chocolates” (tradotto; “La vita era come una scatola di cioccolatini”).

Quando un larghissimo gruppo di persone in tutto il mondo è sicura di ricordare una cosa che non è mai avvenuta con chiarezza, si è verificato un “Mandela Effect”.

Un esempio di “Mandela Effect”

Il “Mandela Effect” potrebbe essere però anche sintomo di una realtà nascosta ancora più inquietante; viviamo in una simulazione estremamente realistica (simile a quella di un videogame), e questi ricordi fallaci potrebbero essere bug di sistema o piccole ri-programmazioni. Questo potrebbe voler dire non solo che viviamo in una realtà fittizia, ma anche che qualcuno o qualcosa abbia il potere di riprogrammare la nostra memoria, la nostra storia e probabilmente l’intero universo in cui viviamo.

Nick Bostrom, uno scienziato della Oxford University, e Rich Terrile, direttore del Centro per il calcolo evolutivo e Design automatico presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA (insomma, non due tipi a caso), sono convinti di questo; “viviamo in una simulazione al computer, gli alieni ci tengono in trappola”.

Il paragone con il film “Matrix” (capolavoro sci-fi delle ormai sorelle Wachowski), nasce spontaneo; gli esseri umani vivono in una neuro – simulazione interattiva costruita sul modello del mondo nel 1999. I corpi degli esseri umani vengono coltivati  in delle incubatrici allo scopo di ricavarne dell’energia. Le macchine dominano questo mondo, e attraverso i cavi nelle incubatrici (direttamente agganciati sul retro del collo con degli spinotti) collegano il cervello di ogni persona al Matrix, finzione che i più credono essere la “realtà”.


Il traumatico risveglio di Neo nel mondo reale (Matrix, 1999)
Anche Matrix non è esente dal “Mandela Effect”. Nel porgere a Neo le pillole, Morpheus non disse mai “…e se ti dicessi che tutto questo non è reale?”

Comunque, Nick Bostrom e Rich Terrile non condividono appieno il punto di vista del film. Secondo i due scienziati, infatti, noi “esseri umani” non possediamo un corpo ed un cervello in carne ed ossa, ma siamo solo una rete di circuiti di un computer o un software molto potente. In pratica, saremmo solo dei personaggi di un videogioco per alieni così sofisticato da renderci auto-coscienti.

Questa teoria è più che plausibile; i computer della Nasa, fra qualche anno, saranno in grado di calcolare un’intera vita umana di 80 anni. Ancora non siete convinti? Il grande magnate Elon Musk ha dichiarato che questa ipotesi sia la più probabile; potrebbe non essere vera solo nel caso in cui gli esseri umani si estinguessero nel giro di 10 mila anni, che, da un punto di vista evoluzionistico, è un periodo abbastanza breve.

Ricapitolando; il Mandela Effect potrebbe essere un effetto collaterale di un bug di una simulazione artificiale tanto avanzata da ospitare personaggi (noi esseri umani) auto-coscienti, oppure il risultato di uno slittamento di un certo numero di persone o di una realtà da un universo parallelo all’altro.

Partendo da questo presupposto – quello degli slittamenti di universi paralleli, è nata un’altra teoria, che spiegherebbe il fenomeno alla perfezione; uno o più viaggiatori del tempo sarebbero tornati nel passato, cambiando qualche piccolo evento, dando così origine ad un effetto a catena che avrebbe cambiato per sempre l’outfit del vecchietto del Monopoli, la frase di Matrix, il nome di certi brand, eccetera.

La filmografia americana giunge ancora una volta in nostro aiuto per comprendere il fenomeno; “The Butterfly Effect” (2004 – Eric Bress e J.M.Gruber) tratta appunto questo argomento, descrivendo le catastrofiche conseguenze dell’azione di Evan (un ragazzo che si ritrova ad avere il potere di tornare indietro nel tempo) sugli avvenimenti chiave della propria vita passata. Il “Butterfly Effect”, dunque, è quel principio secondo cui persino il lieve battito di una farfalla sarebbe in grado di cambiare radicalmente il corso degli eventi, portando ad esiti totalmente inaspettati.

Locandina de “The Butterfly Effect”.

Seguendo i principi della fisica quantistica e della teoria del multiverso, il crononauta non solo viaggerebbe indietro nel tempo, ma anche attraverso realtà parallele, cioè diverse “worldline”; la sola presenza del viaggiatore creerebbe un’evoluzione di eventi molto diversa da quella da cui egli proviene, cambiando di fatto il corso della storia. Quindi, secondo il modello  quantistico del multiverso, ogni situazione può evolvere in più di una direzione, ovvero in ogni possibile direzione; ciascuna di queste possibilità corrisponde al punto d’origine di un nuovo universo parallelo o “wordline”.

Da questo si deduce che un viaggio nel tempo non comporti un effettivo viaggio nel proprio passato, bensì nel passato di un universo parallelo molto simile a quello da cui si era partiti in principio.

Questa elaborata teoria è stata resa celebre da John Titor, uomo che il 2 Novembre del 2000 dichiarò di provenire dal futuro. «Salve. Sono un viaggiatore nel tempo dell’anno 2036. Sto tornando a casa dopo aver recuperato un computer IBM 5100 dal 1975» .

La storia di Titor è decisamente molto affascinante, basti pensare che Marlin Pohlman nel 2004 depositò un brevetto di macchina del tempo a distorsione di gravità, brevetto che fu ispirato dagli schemi molto dettagliati e ancora in larga parte incompresi, lasciati da John Titor durante le conversazioni tenute nei forum. In queste conversazioni, il crononauta rivelò non solo eventi che erano successi nella propria worldline, ma anche che la macchina del tempo da lui utilizzata venne caricata su una Chevrolet Corvette cabriolet del 1966, che sarebbe rimasta ferma con motore spento, e che avrebbe avuto come funzione semplicemente quella di veicolo per il viaggio.

Questo particolare ricorda decisamente la trilogia cult “Ritorno al Futuro” (1985 – primo film – Robert Zemeckis), in cui l’ormai mitologico Doc (scienziato stravagante amico di Marty, il protagonista) modifica una DeLorean DMC-12 rendendola una macchina del tempo. Marty, per sfuggire ad un commando terroristico libico che arresta Doc per aver rubato del plutonio (indispensabile per il funzionamento della macchina del tempo), torna accidentalmente indietro al 5 Novembre del 1955, data in cui lo scienziato ebbe per la prima volta l’idea di costruire la macchina del tempo.

Marty troverà il giovane Doc (il quale, superata ogni incredulità, accetterà di aiutarlo a tornare nel futuro) e la madre (al tempo solo una teenager), che si innamorerà di lui; dovrà quindi rimediare allo scombussolamento che la sua presenza a creato nel passato, evitando così di cambiare la timeline futura.

Doc e Marty in “Ritorno al Futuro”

Quella del Predictive Programming è quindi una teoria forse quasi impossibile da credere, ma non troppo assurda da non poter essere vera. La storia del cinema ha profeticamente annunciato le conquiste tecnologiche degli ultimi anni, abituando le nostre menti a delle tecnologie che la nostra mente ha accettato senza porsi troppe domande; è quindi così difficile da credere che una manciata di potenti sociopatici stia abituando la nostra coscienza all’esistenza, a loro già nota, di alieni, macchine del tempo, poteri occulti, realtà virtuali?

Lascio a voi la risposta.

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