Con la fine del secondo conflitto mondiale, il processo di democratizzazione portato avanti in Giappone e la sua conseguente necessità di adeguarsi ai nuovi modelli occidentali, trasforma profondamente anche il settore cinematografico. Nonostante la sua reticenza ad abbandonare un tipo di cinema fortemente improntato alla tradizione ed alla spiritualità, i cambiamenti strutturali del paese non possono che ridefinire i termini di quest’industria. Le tensioni sociali, la metamorfosi delle relazioni, in bilico tra volontà di mantenere fede ai propri obblighi ed alle proprie responsabilità da un lato e l’ansia di doversi adattare alle richieste di modernità dall’altro, si riflettono nei modi di rappresentazione delle nuove realtà.

Dopo la crisi finanziaria dei primi anni novanta, anche le maggiori case cinematografiche giapponesi subiscono un duro colpo, le grandi produzioni tradizionali devono essere ridimensionate, si preferisce finanziare progetti indipendenti a basso costo, destinati direttamente al mercato dell’home video, senza passaggio in sala, i cosiddetti “straight-to-video”, che sfruttano generi popolari di sicuro effetto quali azione, sesso o orrore. In quest’ultimo genere l’uscita di “Ring” (Ringu) di Nakata Hideo nel 1998 accende i riflettori su un fenomeno, il J-Horror, che rapidamente conquista non solo i giapponesi ma anche l’altra sponda dell’oceano, suscitando tentativi di imitazione più o meno riusciti; un successo che il regista Kurosawa Kiyoshi giustifica col fatto di essere produzioni a basso costo, di qualità ordinaria ma che mostrano eventi tutt’altro che ordinari.

Kurosawa, come molti altri registi della sua generazione, è attratto dalle possibilità espressive dei nuovi mezzi di comunicazione e al tempo stesso ne teme gli effetti. Vero è che quando si parla di J-Horror non si può fare a meno di pensare a uno dei suoi film più riusciti, “Pulse” (2001).

“A volte la realtà ha delle rotture improvvise, come lacerazioni, qualcosa che accade, che uno si ritrova attaccato addosso senza sapere come gli è capitato” ha dichiarato Kurosawa. Così nell’incipit di “Pulse” la protagonista Michi inizia il suo racconto dicendo che tutto è cominciato un giorno senza preavviso. A bordo di una nave guarda l’orizzonte con le spalle alla terraferma, si allontana da un luogo nel quale gli esseri umani sono ormai in via d’estinzione.

La sensazione che domina il film è l’assenza. Assenti sono le persone che si dissolvono, svuotando le case, le strade, i luoghi pubblici; assenti sono gli sguardi che lentamente perdono ogni traccia di emozione. La malattia del nuovo millennio si chiama solitudine, il contagio si diffonde attraverso Internet. Questo strumento miracoloso ha moltiplicato le possibilità di connessione tra le persone ma attenzione, si tratta solo di una connessione virtuale, non di un contatto fisico; siamo come puntini su uno schermo che si avvicinano ma non si toccano mai, perché se da una parte siamo attratti da nuove prospettive relazionali dall’altra ne abbiamo paura. Rivolgiamo i nostri sguardi ad uno schermo che trasforma le nostre angosce in fantasmi, i quali acquistano forma e sostanza e reclamano un proprio posto nel mondo terreno.

È come se i giapponesi, dopo secoli di accettazione di un modello di società basato sul rispetto per la patria e la famiglia, sul prevalere degli interessi collettivi rispetto a quelli individuali, rifiutassero oggi di anteporre il bene della comunità a quello del singolo, nascondendosi nelle loro gabbie dorate. “Siamo intrappolati nel silenzio del nostro isolamento” si dice nel film; è un circuito (traduzione del titolo giapponese “Kairo” appunto) che, alimentato dalle paure degli esseri umani, continua a girare in modo irreversibile.

Un isolamento che Kurosawa esprime chiaramente nella sua messinscena, allontanando la macchina da presa dai suoi personaggi, che vengono spesso ripresi di spalle, distanti l’uno dall’altro o separati dalla telecamera da qualcosa che ne ostacola la visione. All’inizio del film, Michi viaggia a bordo di un autobus completamente deserto, così faranno più tardi Kawashima e Harue nella metro; i suoni che udiamo nella sala giochi dove si trova Kawashima provengono solo dagli apparecchi elettronici, un luogo di divertimento solitamente affollato è adesso totalmente privo di esseri umani.

La critica ad uno sviluppo tecnologico incontrollato è evidente, ancor più evidente è la sua denuncia nei confronti della dipendenza patologica che ne è derivata; quando Harue chiede a Kawashima perché abbia cominciato a navigare in Internet, questi le risponde che lo ha fatto non perché sentiva l’esigenza di connettersi con altre persone ma semplicemente perché tutti lo usano. Se allora l’unico modo per sfuggire all’incubo di una vita non realmente vissuta sembra essere quello di uccidersi per non provare dolore, Kurosawa sceglie alla fine di lasciare una porta aperta alla speranza.

Torniamo a bordo della nave che abbiamo visto in apertura, Tokyo ormai non può offrire alcuna possibilità di sopravvivenza; Michi dice di aver scelto di andare verso qualcosa che ancora si chiami futuro; il capitano la esorta ad essere forte, devono continuare a vivere o almeno provarci.

 

Titolo originale: Kairo
Paese: Giappone
Anno: 2001
Durata: 118 min
Regia, soggetto, sceneggiatura: Kurosawa Kiyoshi
Fotografia: Hayashi Jun'ichirô
Montaggio: Kikuchi Jun'ichi
Musiche: Haketa Takefumi

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