L’Iran e il calcio – primo tempo: Mosafer (1974) di Abbas Kiarostami

La carriera registica di Abbas Kiarostami comincia alla fine degli anni sessanta, quando all’interno dell’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e dei giovani adulti dell’Iran, egli contribuisce a creare una sezione dedicata al cinema.

Gli stretti vincoli imposti dalla censura di allora imponevano anche al settore cinematografico la necessità di rivolgersi verso temi e soggetti che riuscissero in qualche modo ad aggirare tali limiti; i registi concentrarono dunque la loro attenzione sul mondo dell’infanzia. Filmare le dinamiche relazionali dei bambini, le loro emozioni e paure, avevano un doppio scopo: educare i giovani e far riflettere gli adulti.

Kiarostami ne intuisce le nutrite potenzialità; dopo aver maturato una certa esperienza nell’ambito del cinema documentario e nel cortometraggio, nel 1974 il regista iraniano gira il suo primo lungometraggio Mosafer, storia del giovane Qassem e della sua particolare odissea per riuscire a vedere un’importante partita di calcio a Teheran.

La prima cosa che viene in mente nel vedere il personaggio di Qassem è Antoine Doinel nel film di François Truffaut I 400 colpi (Les Quatre Cents Coups, 1959), testardo e risoluto quanto lui nel raggiungere il suo scopo, disposto ad infrangere la legge per soddisfare le proprie aspirazioni, ma in fondo anche spaventato e timoroso di fronte a un mondo che deve ancora imparare a conoscere.

Gli adulti non comprendono certe particolari emozioni dei bambini, in quanto ormai spogliati del candido stupore tipico dell’infanzia e proiettati nell’amara contingente realtà; si preoccupano del rendimento scolastico dei propri figli, capace di garantire loro una certa posizione nel quadro di un’economia futura, mentre i ragazzi pensano ad una loro realizzazione nel breve periodo, escogitando fantasiose quanto tragiche giustificazioni per non aver svolto i compiti (per Antoine sarà la morte prematura della madre, per Qassem un doloroso mal di denti).

A sinistra I 400 colpi, a destra Mosafer

La situazione si complica quando lo scopo che questi giovani si sono prefissati diventa più grande e lontano, quasi irraggiungibile, ed entrano in campo fattori che coinvolgono la sfera del mondo adulto, poiché, per esaudire il proprio desiderio, anche i ragazzi hanno bisogno di procurarsi del denaro e dunque di imbrogliare ed infrangere la legge. Mentre per Antoine il furto della macchina da scrivere non andrà a buon fine, Qassem riesce a guadagnare i soldi necessari per andare a Teheran, grazie ad una macchina fotografica in realtà non funzionante ma con la quale finge di scattare fotografie ai propri compagni in cambio di soldi. Ed ecco che il dispositivo creatore di sogni si insinua nel reale come strumento per l’affermazione di sé; i bambini e persino i loro genitori fanno la fila per farsi fotografare, evidenziando al tempo stesso l’impulso a mostrarsi, tipico dell’essere umano, e l’esigenza di provare l’autenticità della propria esistenza, dai contorni troppo spesso sbiaditi.

Qassem conosce bene questa sensazione, lui che arriva nella grande città da una periferia povera e degradata, avara di speranze per il futuro, e Kiarostami lo sottolinea efficacemente nel mostrare il protagonista, durante il suo vagabondaggio per Teheran, in attesa della partita, mentre si sofferma davanti ad una piscina pubblica. Chiede al ragazzo che sta dall’altra parte del vetro se l’acqua è profonda ma questi non riesce a capire quello che dice; tra di loro vi è una barriera fisica che è diretta espressione della loro distanza di classe e di condizione.


Il suo errare nella capitale, unito alla stanchezza del lungo viaggio, costringono Qassem a cercare riposo in un parco cittadino, dove dorme di un sonno agitato. Nel vedere questa sequenza vengono in mente i bambini di Aniki Bóbó (1942) di Manoel de Oliveira. Anch’essi abitanti di una realtà che pare abbandonata dagli adulti, agiscono tuttavia secondo dinamiche più grandi di loro, scoprono nuove emozioni, lottano per vincere, agiscono in maniera impulsiva, trasgredendo i divieti.

Come Qassem, nel film di de Oliveira, Carlitos ha un obiettivo che vuol raggiungere a tutti i costi: conquistare la bella Teresinha, e, come il primo, anche lui si macchierà di un crimine pur di raggiungerlo; e se, dopo aver rubato una bambola per amor di Teresinha, Carlitos sogna di essere rincorso dai poliziotti che lo accusano di essere un ladro, così Qassem rivive in sogno le sue cattive azioni, il j’accuse collettivo, la vergogna e il senso di colpa. Ironico destino quando l’incubo della realtà infrange il sogno che con ogni mezzo egli ha tentato di realizzare. Al suo risveglio, lo stadio è ormai vuoto e silenzioso, come l’animo del ragazzo che conosce il sapore della delusione, un’amarezza con cui dovrà fare i conti molte altre volte ancora nel diventare adulto.

A sinistra Mosafer, a destra Aniki Bóbó

Del resto, come dichiarato dal regista stesso, l’essere in continuo movimento tra sogno e realtà è per lui la cosa migliore, “la mia percezione del reale è sempre la sorgente, la forza motrice che mi spinge a fare film”, egli dice, “la realtà contiene un potenziale di finzione e di poesia talmente ricco da sostenermi e da stimolare la mia attività creativa”. La sua volontà non è dunque quella di insegnare qualcosa, denunciare l’oppressione del regime governativo o muoversi al di fuori del sistema, bensì quella di guardare le cose più da vicino ed invitare lo spettatore a riflettere su di esse. Agire entro dei confini stabiliti lo aiuta ad essere più creativo, doversi confrontare con i limiti imposti dalla censura è una sollecitazione a trovare nuovi modi per esprimere se stesso.

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