L’Iran e il calcio – secondo tempo: Offside (2006) di Jafar Panahi

Dopo Abbas Kiarostami, anche Jafar Panahi dedica uno dei suoi film al mondo del calcio, per parlare di quei tifosi che, come i bambini, vedono nella partita di pallone la possibilità di far sentire la propria voce in una realtà che spesso rimane sorda di fronte alle loro esigenze, ovvero le donne.

Le categorie sociali più deboli sono quelle che Panahi predilige ritrarre sin dai suoi esordi ed in particolare proprio le donne, che nella moderna società iraniana vivono ancora circondate da elevatissime barriere fisiche e culturali. Barriere che lo stesso Panahi ha incontrato più volte, accusato di propaganda contro il regime, imprigionato e privato dei suoi diritti di artista e di individuo. Egli si difende sottolineando il fatto che un regista è prima di tutto un osservatore degli eventi sociali attraverso i quali viene ispirato nel suo processo di creazione artistica; nessuno ha il diritto di costringere un artista a non vedere. E dunque, chi ha il diritto di impedire alle donne iraniane di assistere ad una partita di calcio?

In occasione della storica qualifica ottenuta dalla nazionale di calcio iraniana ai mondiali in Francia del 1998, le donne vengono ammesse all’interno dello stadio per festeggiare il ritorno in patria dei giocatori. Perché invece una legge non scritta impedisce loro l’accesso in questo luogo durante una partita? È un episodio che spinge Panahi a riflettere; qualche tempo più tardi, dopo che anche sua figlia, di fronte all’ennesimo divieto, era riuscita ad entrare allo stadio senza farsi scoprire dagli addetti alla sicurezza, ecco che l’idea si concretizza. Le qualificazioni ai mondiali di Germania 2006 offrono al regista la possibilità di girare Offside.

Panahi riprende il tentativo di alcune ragazze di introdursi clandestinamente dentro lo stadio durante la partita decisiva che la nazionale iraniana disputa a Teheran contro la squadra del Bahrein. Queste giovani sono abituate a coprirsi, ma questa volta il gesto ha una giustificazione diversa, travestirsi da uomo è il mezzo per raggiungere il loro scopo. Sfortunatamente le nostre protagoniste vengono smascherate e condotte in un’area dello stadio appositamente recintata ed interdetta al campo da gioco.

Le barriere ideologiche costruiscono una prigione fisica, qui ancor più gravosa, poiché i loro idoli stanno giocando a pochi metri da loro ed esse non possono vederli; riescono solo a udire il frastuono della folla, cercando di capire l’andamento della partita. Ma non c’è odio nei loro cuori né rancore nei confronti delle giovani guardie che devono sorvegliarle, ed è interessante vedere come il loro rapporto si sviluppi nel corso del film.

Le ragazze, ognuna con la propria personalità, chi più introversa, chi più spregiudicata, hanno in comune una passione che le ha spinte ad infrangere le regole senza pensare troppo alle conseguenze; una beata incoscienza tipica della giovane età, quando i confini imposti dalle istituzioni sono ancora incerti. I ragazzi che le devono sorvegliare sono anch’essi giovani con le loro paure ed i loro desideri, tutt’altro che figure autenticamente minacciose; sono costretti ad applicare la legge in ossequio ai loro superiori, senza capirne in realtà i motivi. Il servizio da loro svolto come militari è percepito come un obbligo, un dover assolvere agli ordini per timore di essere puniti piuttosto che come un motivo di orgoglio patriottico. Seppur in maniera diversa, il regime oppressivo costituito interessa dunque maschi e femmine e fa nascere in loro alcuni interrogativi di difficile risposta.

“Quindi il mio problema è di essere nata in Iran?” si chiede una delle ragazze, non capendo perché una donna giapponese possa essere ammessa allo stadio e lei no. Il soldato cerca una giustificazione nella differenza linguistica che impedisce alle donne straniere di capire il linguaggio sconveniente utilizzato dagli uomini iraniani durante una partita, ma alla fine nemmeno lui ne è molto convinto. Quello che conta per il giovane è non dover rischiare l’allungamento del suo servizio di leva per poter tornare alla sua fattoria, alla sua famiglia ed ai suoi animali.

E a questo punto commuove vedere in che modo l’incontro/scontro tra i due gruppi abbia creato nuovi legami e nuovi equilibri; una delle ragazze approfitta della confusione che si è creata dopo essere stata accompagnata in bagno per fuggire, ma non passa molto che eccola ritornare spontaneamente alla sua reclusione, temendo per le sorti del soldato e dei suoi animali. La solidarietà è possibile, sembra dirci Panahi, a patto di poter superare tutti quei pregiudizi accettati dalla collettività come verità assolute; è difficile far cambiare idea alle vecchie generazioni, ma i giovani hanno ancora l’opportunità di cambiare tutto questo.

L’amarezza di essere costrette a non vedere è la stessa che il regista prova nel momento in cui viene interdetto dall’usare la sua macchina da presa per riprendere ciò che osserva e può dargli ispirazione. La sfrontatezza di queste giovani donne che intendono, con i loro gesti, costruirsi un’identità propria ed al tempo stesso condividere un’emozione collettiva, che le faccia sentire veramente parte della società, è la stessa che anima il lavoro di Panahi, convinto che il suo paese abbia tutte le potenzialità necessarie per crescere e prosperare.

“Questa terra potrebbe essere un paradiso. Perché non abbiamo fatto tutto quello che potevamo per il nostro paese?”, si chiede il regista. La speranza è che gli iraniani aprano gli occhi, il suo compito è quello di aiutarli a vedere. Così nel finale incoraggiante del film, mentre prigioniere e soldati si liberano dalle proprie costrizioni e si uniscono alla folla esultante che riempie le strade di Teheran, Panahi sceglie di accompagnare questi festeggiamenti con un famoso inno iraniano, non quello nazionale della Repubblica Islamica bensì una canzone patriottica composta nel 1944, che parla della bellezza della loro terra e delle persone che la abitano, non dello Stato che le governa, e celebra con orgoglio il glorioso passato artistico dell’Iran.

 

Titolo originale: Offside
Paese: Iran
Anno: 2006
Durata: 93 min
Regia e montaggio: Jafar Panahi
Sceneggiatura: Jafar Panahi, Shadmehr Rastin
Fotografia: Mahmood Kalari e Rami Agami
Musiche: Yuval Barazani e Korosh Bozorgpour

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