Asghar Farhadi e la questione morale

Ospite d’onore della decima edizione del Middle East Now, appena conclusosi la settimana scorsa a Firenze, Asghar Farhadi ha tenuto una masterclass, durante la quale ha parlato del suo lavoro di regista, del percorso che lo ha portato a diventare uno dei maggiori esponenti del cinema iraniano contemporaneo e delle motivazioni che lo spingono a proseguire un discorso cominciato in tenera età.
Farhadi ha spiegato che durante la sua infanzia la sala cinematografica era il solo modo per sfuggire alla quotidianità, un luogo dove aprire le porte alla curiosità ed alle emozioni.
Uno dei primi film a colpire Farhadi è “The Cow” (1969) diretto da Dariush Mehrjui, considerato uno dei protagonisti della nuova onda del cinema iraniano di fine anni sessanta.

Ne “Il Cliente” il protagonista Emad, professore di letteratura, mostra ai suoi studenti “The Cow” di Dariush Mehrjui, un film a cui il regista si sente particolarmente legato

Farhadi rende merito a Mehrjui per essere riuscito a coniugare cinema d’autore e cinema popolare, dirigendo film che potessero parlare a critica e pubblico, e cita quel meraviglioso periodo artistico vissuto nel nostro paese dall’immediato dopoguerra fino agli anni sessanta, durante il quale veri e propri maestri della settima arte ci hanno regalato opere uniche, difficilmente replicabili, come Fellini e Antonioni.
Nel tempo purtroppo quel periodo è andato perdendosi, quella visione ha lasciato il posto a qualcosa di assai meno brillante; come ha detto anche il regista, molto spesso non siamo in grado di apprezzare veramente quello che abbiamo proprio davanti ai nostri occhi.
Ma gli iraniani e lui soprattutto hanno fatto tesoro degli insegnamenti appresi dai questi nostri maestri. In particolare penso ad Antonioni. Proprio come il regista ferrarese, Farhadi uso lo spazio per esprimere visivamente le emozioni dei suoi personaggi. Anche grazie alla sua formazione teatrale, egli pone molta attenzione alla messa in scena e alla messa in quadro. La scenografia è protagonista del film insieme ai personaggi che la abitano, la sua particolare modalità di ripresa sottolinea certi aspetti che aiutano lo spettatore ed entrare dentro la storia ed allo stesso tempo lo confondono, gli chiedono di interpretare ciò che sta vedendo. Egli chiede allo spettatore di vedere e soprattutto di pensare.

Costruzione dello spazio e costruzione del significato nel cinema di Farhadi

Esempio significativo è l’incipit di “Una separazione” (2011), dove Simin e Nader siedono davanti al giudice chiamato a decidere sulla loro richiesta di divorzio e sull’affidamento della loro figlia. In un piano sequenza nel quale i coniugi, seduti fianco a fianco, parlano rivolti verso l’obiettivo, ognuno cercando di far valere le proprie ragioni, essi si rivolgono direttamente a noi spettatori, chiamati a decidere da quale parte vogliamo stare. Diversamente, nel finale del film, quando la separazione diviene definitiva ed i coniugi sono in attesa di sapere a chi dei due sarà affidata la figlia, Farhadi li riprende ai lati opposti dell’inquadratura per sottolineare la loro frattura definitiva.
Farhadi non guarda solo ad Antonioni. Certi suoi espedienti narrativi riportano ad Hitchcock. Nei suoi film c’è sempre un avvenimento che resta fuori campo ma che influenza l’intero corso della storia. E’ come il MacGuffin di Hitchcock, un evento che serve a portare alla luce i comportamenti più nascosti dei personaggi. L’inquietudine che suscita la visione di “About Elly” (2009) sembra paragonabile a quella che deriva da certi film del maestro inglese. Singolare è il racconto che ne fa Farhadi circa la sua lavorazione. Egli rivela di aver provato angoscia durante le riprese poiché convinto che qualcosa di terribile dovesse accadere nella realtà. Un senso di apprensione talmente forte da imprimersi anche nella macchina da presa e nei suoi personaggi, fin quasi ad annullare il confine tra cinema e verità. Così, dopo una prima parte nella quale egli ci presenta un gruppo di amici che trascorre un fine settimana al mare, evidenziando la loro gioia e spensieratezza che ahimè, se espressa per l’intera durata del film, porterebbe irrimediabilmente noi spettatori alla noia, arriva l’incidente, il momento in cui tutto cambia, lasciato al fuori campo, come spesso succede nei suoi film, e che costringe a riflettere su ciò che abbiamo visto in precedenza.

In “About Elly” il momento in cui tutto cambia

L’assunto fondamentale da cui partire per Farhadi è riuscire a rendere la verità più interessante senza aggiungere menzogne ma semplicemente facendola emergere da molteplici angolazioni, ripensandola in un modo diverso nel momento in cui si genera un momento di crisi, ed osservando come, in circostanze estreme, emerga il lato più oscuro delle persone.
Circostanze che costringono le persone a scegliere se essere sinceri o piuttosto mentire a fin di bene, se perdonare o soddisfare i propri istinti, perché le bugie possono far male ma dire la verità, in certi casi, porta a conseguenze assai più disastrose.
Come ne “Il Cliente” (2016), dove Emad e Rana, una coppia di attori, sposati nella vita vera e impegnati nella rappresentazione a teatro di “Morte di un commesso viaggiatore” (1949) di Arthur Miller, si trovano a dover affrontare un trauma molto doloroso, l’aggressione di Rana da parte di uno sconosciuto che la donna ha fatto entrare in casa credendolo il marito.

Il fuori campo ne “Il Cliente”

Si ripete ancora una volta quell’incidente fuori campo che arriva a spezzare l’armonia famigliare. Ancora una volta Farhadi ci mostra i differenti punti di vista della questione. Alla violenza subita dalla moglie, Emad, fino ad allora all’apparenza un tranquillo professore di letteratura, risponde con una collera inaspettata, che sfoga non solo verso il vero colpevole ma anche sul palco del teatro, approfittando della finzione scenica.
Proprio come il protagonista del film di Mehrjui, “The Cow”, che Emad aveva fatto vedere ai suoi studenti in classe, l’insegnante vive una lacerante metamorfosi che un poco alla volta lo conduce alla pazzia. Rana invece preferisce il silenzio, il non dover ricordare e soprattutto si rifiuta di riparare ad un errore con un altro errore.

Nella cultura iraniana, quando accade qualcosa di brutto, si vanno a cercare i segnali anticipatori, qualcosa che poteva far intuire l’imminente tragedia. Nei film di Farhadi le rotture emotive sono spesso precedute da immagini di vetri infranti, pareti incrinate, macerie accatastate.

Farhadi non nasconde la sua ammirazione per le donne. In un paese come il suo, dove la disparità di genere esiste e perdura nei secoli, essere donne è molto difficile; dover resistere alle circostanze le rende più forti e dunque più responsabili, capaci di perdonare. Le guerre sono fatte dagli uomini, dice Farhadi, per giustificarle poi dicono di aver agito così per colpa delle donne. D’altra parte i conflitti nascono spesso dai malintesi. I problemi di una famiglia sono i problemi della società, il microcosmo dell’ambiente domestico si fa specchio di più grandi conflitti mondiali.

Il cinema serve a Farhadi per far luce sulle implicazioni morali che derivano dalla nostra possibilità di scelta. Il tempo non è una linea ma un cerchio, egli dice, tutto esiste già in questo momento, basta decidere come vogliamo vederlo.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.