Paterson (2016) di Jim Jarmusch

Uno dei meriti maggiori di Jim Jarmusch è quello di sapersi sempre reinventare e rendere unica ogni sua opera.

C’è molta attesa per il suo ultimo film in concorso al prossimo festival di Cannes, “The dead don’t die”, commedia horror nella quale gli abitanti di una tranquilla cittadina americana si trovano a dover fronteggiare un’emergenza molto particolare, un’invasione di zombie.

Di registro ben diverso il suo precedente lavoro “Paterson” (2016), nel quale il regista statunitense lascia trasparire il suo amore e la sua ammirazione verso il cinema dell’Estremo Oriente ed in particolare verso quello di Yasujiro Ozu. Da questi, Jarmusch eredita il gusto per le piccole cose, la capacità di ispirare un senso di quiete, l’attenzione per gli oggetti e per ciò che questi possono esprimere.

“Volevo fare un film sommesso, dove si parla a bassa voce, nella tradizione di Ozu”, ha dichiarato Jarmusch e il risultato è proprio il suo più sentito omaggio al regista nipponico nonché la compiuta espressione del suo pensiero cinema.

Paterson fa l’autista di autobus nell’omonima cittadina del New Jersey, scrive poesie nei momenti liberi, trae ispirazione dal piccolo mondo che lo circonda, vive in una graziosa casetta con giardino insieme alla moglie Laura e al cane Marvin, la sera si concede una birra nel bar del quartiere, al termine della sua passeggiata quotidiana con Marvin.

“Voglio far sentire alla gente che cos’è la vita senza necessariamente servirmi delle peripezie del dramma” diceva Ozu, “perché aspettarsi sempre il conflitto? Non credo sia sempre necessario per fare un film interessante,” gli fa eco Jarmusch.

Accade dunque che Jarmusch ci introduca nella vita di Paterson, scegliendo di mostrarci una settimana dalla sua vita, invitandoci a seguirne il flusso nel suo svolgimento in un presente infinitamente dilatato, dove il tempo effettivo perde di significato e i giorni si ripetono apparentemente uguali ma in realtà con variazioni appena avvertibili.

Paterson è un acuto osservatore e ascoltatore; ciò che lo rende speciale è la sua capacità di cogliere queste differenze impercettibili, vedere oltre le cose e da esse lasciarsi ispirare. Una bellezza che riesce a interiorizzare e che sembra volersi tenere stretta, come se il fatto di condividerla potesse farla svanire per sempre. Per questo sappiamo già che non manterrà la promessa fatta alla moglie di far leggere anche ad altri i suoi componimenti.

Tanto Paterson è pacato e introverso, tanto Laura è passionale e sognatrice; mentre lui si mescola silenziosamente tra la folla, lei insegue le sue chimere dentro le mura del loro appartamento. Due personalità diverse ma complementari che hanno una cosa in comune: l’amore; un amore che si nutre delle loro doti differenti e per ciò diventa più forte.

In questo equilibrio idilliaco, Marvin è la variabile impazzita, l’elemento di disturbo che esprime quegli imprevisti che tutti i giorni possiamo incontrare sul nostro cammino e che necessariamente dobbiamo affrontare; Paterson dimostra di saperli affrontare con una calma estrema, sembra quasi che il suo passato da militare, lasciatoci intuire da una sua foto dove è ritratto in uniforme, abbia lasciato in lui una predisposizione al mantenimento dell’ordine senza tuttavia formare un carattere di tipo autoritario.

Paterson sopravvive al mondo frenetico che lo circonda rimanendo se stesso, senza bisogno di possedere quegli strumenti, figli del progresso e della modernità, dei quali oggi sembra impossibile fare a meno; dentro la giacca egli non ha bisogno di portare un telefono cellulare, ma semplicemente il suo piccolo taccuino dei sogni.

“Dalle cose le idee”, diceva William Carlos Williams nella sua raccolta di poesie intitolata proprio “Paterson” e dal quale Jarmusch ha tratto alcune suggestioni; proprio perché libero da altre distrazioni, gli occhi del protagonista hanno il dono di cogliere i dettagli, farsi suggestionare dai fortuiti incontri, pensare alla propria amata attraverso gli oggetti di uso quotidiano, come una piccola scatola di fiammiferi pronta a esplodere di passione o un bicchiere di birra che riesce a donare attimi di felicità.

L’animo romantico espresso da Jarmusch nel suo precedente film, “Solo gli amanti sopravvivono” (Only Lovers Left Alive, 2013) traspare anche in questo caso; al pari di Paterson e Laura, anche Adam e Eve si completano a vicenda, il primo profondamente immerso nella sua musica ed allergico alle persone, la seconda divoratrice di arte e letteratura, perfettamente a suo agio con i moderni mezzi di comunicazione; due amanti alla fine comunque incapaci di stare lontani l’uno dall’altra.

Se nel primo caso già il titolo dichiara che solo gli amanti restano vivi, in “Paterson” si dice che “senza amore non c’è ragione per nient’altro”, un amore inteso non solo come sentimento reciproco tra le persone ma anche come tensione emotiva verso il passato e volontà di preservare i valori della tradizione. È un Jarmusch nostalgico come lo era Ozu, che ci invita a far tesoro di ciò che l’arte ci ha lasciato, prima con i vampiri che hanno attraversato secoli di storia, adesso con un moderno Petrarca che scrive poesie pensando alla sua Laura.

Alla fine della settimana Paterson sembra mettere in dubbio la sua natura di poeta; un incontro illuminante servirà a riaccendere in lui il sacro fuoco dell’arte e il desiderio di scrivere, perché “a volte le pagine vuote offrono maggiori possibilità”.

È di nuovo lunedì, Paterson si sveglia per affrontare una nuova settimana, la città è pronta ad accogliere i suoi abitanti, ognuno con le proprie storie, ognuno con le proprie qualità nascoste; il nostro autista è pronto a scoprire da cosa farsi ispirare.

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