Il gusto del sakè (1962) di Ozu Yasujirō

“Non era la foschia che avvolge la montagna vicino al villaggio,

giù in pianura è piena primavera, nuvole luminose di ciliegi in fiore.

Ora sono qua assente, in difficoltà per Sanma no aji.

I fiori di ciliegio mi immalinconiscono come se fossero abiti logori,

il sakè è amaro per le mie budella come fosse genziana.

Quanto mi è dolorosa la primavera, quando mi è doloroso bere questo sakè.

Mentre parlo di cose che non hanno posto nel mio cuore

cresce già il rimpianto per la primavera che passa.”¹

Queste parole scriveva Ozu Yasujirō nel 1962, durante la lavorazione di quello che sarebbe stato il suo ultimo film, all’indomani della morte di sua madre Asae. Troppa l’amarezza per la perdita della persona più importante della sua vita, con la quale aveva condiviso un rapporto speciale, unico e complice.

Non sapeva ancora che l’avrebbe raggiunta presto, appena un anno dopo, ma vedendo Il gusto del sakè (Sanma no aji, 1962) sembra che il regista giapponese avesse già intuito qualcosa.

GLI ULTIMI FUOCHI

Non è un mistero, i soggetti preferiti da Ozu per i suoi film sono sempre stati i legami famigliari e la nostalgia per il passato. Non fa eccezione questo suo ultimo film dove si avvertono, in maniera evidente, tutti i limiti e le contraddizioni di quell’incontrollabile processo di modernizzazione che ha investito il Giappone a partire dal dopoguerra.

Mentre gli anziani riflettono sul senso della vita i giovani hanno preoccupazioni di altro genere.

 

TEMPI MODERNI

Il processo di modernizzazione cambia le geografie urbane e rurali.

L’apertura del film vede protagoniste le costruzioni industriali della periferia metropolitana con le loro caratteristiche ciminiere, più di una volta utilizzate da Ozu anche nei suoi precedenti film per sottolineare l’incedere imponente di questo sviluppo industriale ed il conseguente mutamento degli equilibri famigliari nel Giappone moderno.

La città detta i suoi tempi frenetici ed impone alle nuove generazioni nuovi stili di vita nei quali a prevalere è la tensione verso l’appagamento dei propri bisogni materiali.

 

IL PADRE DELLA SPOSA

In questo ambiente in continuo mutamento l’anziano Shūhei convive con il figlio adolescente Kazuo e la figlia Michiko, già da tempo in età da marito, ma trattenuta sotto il tetto paterno per la prematura scomparsa della madre.

Sollecitato anche dai suoi colleghi ed amici, Shūhei si convince di dover trovare un compagno per la figlia. Questa, all’inizio riluttante all’idea, accetterà di sposare il candidato proposto dal padre, il quale però, a cose fatte, vive il proprio conflitto interiore tra la felicità per la figlia e l’amarezza per se stesso.

 

CAPRICCIO PASSEGGERO

Nel suo precedente film Buon giorno (Ohayō, 1959) due giovani fratelli si ribellavano ai genitori perché questi non volevano comprare loro un televisore. Il padre aveva un’idea ben precisa degli effetti che questo mezzo di comunicazione potesse avere sugli uomini. Ma i ragazzi, decisi ad averla vinta, cominciano uno sciopero molto particolare e si rifiutano di parlare.

Ne Il gusto del sakè il figlio più grande di Shūhei, Kōichi, sposato con la perspicace Akiko, ricorda in qualche modo i due fratellini di Buon giorno. Nonostante sia già un adulto, come un bambino capriccioso, l’uomo si impunta con la moglie perché determinato ad acquistare un costoso set di mazze da golf. Alla fine egli riuscirà a persuadere la donna, con la promessa di lasciarle acquistare un oggetto di suo gradimento.

 

C’EST LA VIE

“È la vita”. Ozu fa pronunciare queste parole in due occasioni nel corso del film.

Il fatto che a pronunciarle siano in un caso una persona anziana e nell’altro una persona giovane dimostra ancora una volta tutta la sua ostinata volontà di preservare i valori tradizionali, nella speranza che anche le nuove generazioni, superando gli eccessi e le distorsioni della modernità, riescano infine ad accettare pacificamente il corso degli eventi.

 

NON PIANGIAMOCI ADDOSSO

Uno dei tratti distintivi del cinema di Ozu è l’ironia, soprattutto quando si tratta di affrontare temi delicati che toccano la politica e l’ordine sociale.

Ozu d’altra parte lo disse chiaramente al suo ritorno dalla guerra: “non si può affrontare la guerra con spirito negativo. Bisogna avere coraggio. È necessario che ci sia la speranza del domani”.²

 

LE MASSIME DI OZU

Se dunque per Ozu è necessario accettare ogni cosa con spirito positivo, allora le considerazioni che egli fa pronunciare ai personaggi dei suoi film diventano spesso veri e propri motti del genere, concise affermazioni che riflettono in maniera chiara e diretta il suo pensiero.

 

TEMPO IMMAGINE INSERTI

Come nella famosa sequenza del vaso di Tarda Primavera (Banshun, 1949) anche in questo caso Ozu utilizza uno dei suoi cosiddetti inserti per sottolineare un momento di alta intensità emotiva.

L’inquadratura di un oggetto inanimato tra due scene nelle quali i personaggi prendono coscienza del fatto di trovarsi dinanzi a un punto di svolta, un cambiamento con il quale dovranno confrontarsi da allora in avanti, dà forma al sentimento, lo rende tangibile e al tempo stesso suggerisce l’idea del fluire delle cose pur nella loro immobilità.

 

TEMPO E SPAZIO

“Anche se i miei film sembrano essere tutti uguali, io cerco sempre di esprimere qualcosa di nuovo” diceva Ozu.

Temi, situazioni, inquadrature ricorrono continuamente nel cinema di Ozu, anche all’interno dello stesso film, come in queste immagini appare evidente, ma se andiamo più a fondo noteremo altresì le loro piccole variazioni.

Differenza nell’uniformità come nella vita di tutti i giorni, dove i piccoli gesti quotidiani sembrano ripetersi all’infinito in una monotona esistenza perché non abbiamo tempo di fermarci a riflettere su ciò che stiamo veramente facendo, su ciò che stiamo veramente provando.

 

IL LUNGO ADDIO

L’ultimo sguardo di Ryū Chishū con le lacrime agli occhi, l’ultimo sguardo a Ozu ed al suo cinema.

Con questo film si congeda il nostro venditore di tofu, umile, ostinato, prodigo, instancabile nella sua ricerca di ciò che sta in fondo a tutte le cose e nella sua volontà di trasmetterla allo spettatore; un regista capace di formulare una sintesi perfetta delle infinite visioni che la realtà può offrire, di filmare, come nessun altro, la bellezza armoniosa di un fiore di loto nel fango.

 

1. “Yasujirō Ozu. Scritti sul cinema” a cura di Franco Picollo e Hiromi Yagi (Donzelli editore, 2016), pag. 126

2. “Yasujirō Ozu. Scritti sul cinema”, op. cit., pag. 166

 

Titolo originale: Sanma no aji
Paese: Giappone
Anno:1962
Durata 109 min
Regia: OzuYasujirō
Soggetto e sceneggiatura: Ozu Yasujirō e Noda Kōgo
Fotografia: Atsuta Yuharu
Montaggio: Hamamura Yoshiyasu
Musiche: Saito Tadanobu
Scenografia: Hamada Tatsuo

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