Parasite (2019) di Bong Joon-ho

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“Ma che vita è la nostra?” diceva Lulù Massa ne La classe operaia va in paradiso (Elio Petri, 1971), quando anch’egli acquistava coscienza di classe e si rendeva finalmente conto della sua condizione di sottomesso. Il proletariato doveva quindi schierarsi unito contro la società borghese affinché la lotta di classe portasse all’abolizione della proprietà privata.

La storia ci ha insegnato che le teorie marxiste hanno fallito alla prova della realtà e Parasite di Bong Joon-ho (2019) ne mostra i suoi nefasti sviluppi.

Gli antagonisti si frantumano in miriadi di particelle che lottano affannosamente non per un bene comune ma per il soddisfacimento dei propri bisogni, per la volontà di affermare un certo status sociale. E quale miglior modo di rivendicare il proprio posto al sole se non nella sicurezza della proprietà privata, di un luogo che certifichi la propria posizione privilegiata.

Una magione splendente con garage doppio e giardino ben curato, questo è ciò a cui aspirano i protagonisti del nuovo film di Bong Joon-ho. La famiglia Kim vive in un seminterrato, padre e madre vivacchiano di lavori saltuari, i due figli, inidonei a una brillante quanto costosa carriera universitaria, cercano di sfruttare i loro particolari talenti artistici per garantirsi una posizione migliore.

Sulla soglia tra il dorato mondo borghese e l’infimo rifugio per topi e scarafaggi nel quale risiedono, i Kim sognano di poter uscire un giorno da quella scatola in cui si trovano intrappolati, una scatola imperfetta come i contenitori per pizza che questi devono piegare solo per guadagnare qualche misero spicciolo.

L’occasione si presenta quando il figlio Ki-woo viene introdotto nella villa dei signori Park per fare da tutor alla giovane figlia. Con scaltra disinvoltura il ragazzo ordisce un piano ingegnoso per far entrare il resto della sua famiglia in quell’ambiente suggestivo.

L’intruso, che esercita il suo potere attrattivo verso un’identità ancora debole come in Teorema di Pier Paolo Pasolini (1968)

L’intrusione nell’ambiente domestico è un tema non nuovo nella cinematografia coreana. Kim Ki-young vi ha dedicato buona parte della sua carriera, a partire da The Housemaid (Hanyeo, 1960), per proseguire con le successive variazioni sul tema, e Bong non fa mistero di aver tratto ispirazione dalle sue opere.

In Parasite, come nei film di Kim, il luogo in cui si svolgono i fatti diventa un elemento minaccioso e incombente; le rigide architetture della villa dei Park, con i suoi accessi nascosti, come anche gli spazi angusti della misera stamberga dei Kim, sembrano voler risucchiare i suoi abitanti.

L’ambigua presenza dello spazio scuro, un abisso che attraversa il film in maniera costante

La scala, che nel film di Kim The Housemaid riveste un ruolo fondamentale, qui si sdoppia per rappresentare in un caso l’ascesa verso una posizione che soddisfi le proprie aspirazioni e nell’altro la caduta nelle sabbie mobili dell’oblio.

Housemaid
Parasite

Non solo i luoghi chiusi ma anche gli ambienti aperti circostanti divengono simboli di disparità sociale; come esemplificava bene anche Kurosawa Akira in Anatomia di un rapimento (Tengoku to jigoku, 1963), la posizione di rilievo delle residenze dei ricchi imprenditori contrasta visibilmente con gli oscuri bassifondi delle periferie, la luce che irrompe dalle finestre delle case in collina non arriva ad illuminare coloro che risiedono ai margini inferiori della città. Cionondimeno ci accorgiamo presto che sotto la superficie splendente di questi luoghi privilegiati risiede un’ombra nascosta.

Parasite
Parasite

Anche il parassita, per definizione organismo che vive e si nutre a spese di un altro essere vivente, si duplica e col suo doppio combatte per continuare a nutrirsi del proprio ospite e assicurarsi la sopravvivenza anche a costo di varcare certi limiti proibiti.

Parasite

Il fascino discreto della borghesia rischia di incrinarsi quando gli intrusi tentano di superare quel confine invisibile che le convenzioni vietano di attraversare. Oltrepassare quella linea di demarcazione risveglia i sensi dei padroni di casa, ne solletica l’olfatto, spingendoli a ridestarsi dal loro quieto torpore. Se inizialmente solo il figlio più piccolo dei Park riesce ad accorgersi del fatto che tutti i componenti della famiglia Kim hanno lo stesso odore, alla fine quel sentore sospetto investirà i Park con tutte le sue estreme conseguenze.

Parasite
Parasite

Un fiume in piena che travolge tutto e tutti, che trascina con sé le vane speranze e i ricordi sbiaditi, che scoperchia il castello di carte dai piedi d’argilla.

Il mostro questa volta non ha sembianze, non ha una forma definita, e proprio per questo fa ancora più paura. Non ci sono né buoni né cattivi, solo esseri che cercano di non essere sopraffatti, che si difendono con le armi che hanno a loro disposizione, siano esse una pietra, una pèsca o un telefono cellulare.

Parasite
Parasite
Parasite

Contrariamente ad altre situazioni, nelle quali la ricchezza viene ostentata da chi la possiede, in questo caso i Park non vengono visti come i cattivi semplicemente perché il loro essere benestanti appare un fatto naturale; la padrona di casa sembra così sprovveduta perché realmente non conosce il mondo che sta aldilà delle sue pareti; non sorprende dunque vedere come lo ‘strano odore’ che emana il signor Kim venga da lei avvertito solo dopo che il marito le ha fatto notare la cosa.

Parasite

Per curare il trauma che suo figlio ha vissuto nel vedere un fantasma spaventoso il giorno del suo compleanno, la madre preferisce scegliere la fuga, occultare tutto per dimenticare, per non dover affrontare l’ignoto. E anche quando la donna viene costretta al confronto, la soluzione suggerita è quella di indossare una maschera e ridurre tutto ad un gioco, una rappresentazione carnevalesca.

Parasite
Parasite
Desiderare le vite degli altri

Una farsa che dovrebbe suscitare comicità ma che alla fine serve a rivelare la vera natura dei suoi astanti, una danza della realtà che obbliga a fare i conti con i coinquilini di questo mondo.

L’uniformità che vede i due capofamiglia vestiti da indiani alla festa per il piccolo Da-song è solo formale, poiché diverso è lo spirito con il quale i due uomini si sono prestati al gioco, raccogliere amore e gratitudine nel caso del signor Park, guadagnare soldi extra nel caso del signor Kim. Una uguaglianza tuttavia di breve durata quando sarà chiaro a tutti che nessun indiano buono arriverà a salvarli.

Crollano i corpi, crollano le maschere. Vogliamo vivere! sembrano pensare tutti, e mentre i fantasmi di oggi e di ieri ritornano prepotenti, ciascuno lotta per la propria libertà, ricchi e poveri, genitori e figli, anziani che continuano a vivere nel passato, in attesa di una guerra fratricida che forse mai comincerà, senza rendersi conto che il rispetto al quale sentono di essere obbligati distoglie il loro sguardo dai macroscopici conflitti sociali che invece devono affrontare quotidianamente, e giovani che, con la loro concretezza, pianificano le cose e credono che il futuro possa ancora essere cambiato.

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