Federico Fellini, in ricordo di un sognatore

“Il film non è un trattato di filosofia, di psicologia, di sociologia. È una serie di immagini destinate a dare allo spettatore una emozione più o meno profonda, a livello conscio e inconscio” [1], diceva Federico Fellini parlando del suo mestiere.

Le immagini, la fantasia, i ricordi che il cineasta riminese ha inseguito, composto e armonizzato, nel corso di una vita spesa a solleticare il suo profondo immaginario, hanno senza dubbio permesso al suo pubblico di vivere esperienze particolari e difficilmente riproducibili.

Un’opera inedita di Fellini del 1937 ritrovata a Salerno recentemente

Fellini nasce a Rimini il 20 gennaio 1920; le storie illustrate che legge in tenera età sul Corriere dei Piccoli suscitano in lui una particolare attrazione che lo avvicina al mondo del disegno e del fumetto. Esordisce come disegnatore e caricaturista in pubblicazioni locali, avviando, con il pittore Demos Bonini, una bottega nella quale realizzano disegni su commissione. Nel 1939 si trasferisce a Roma, ufficialmente per intraprendere gli studi universitari presso la facoltà di legge, in pratica per cominciare ad esercitare la sua carriera artistica, come vignettista e giornalista nel settimanale di satira Marc’Aurelio. Collabora alla stesura di alcune sceneggiature ma con l’arrivo della guerra sono tempi duri per tutti, anche la carta per stampare i giornali comincia a scarseggiare, soprattutto per quelli umoristici. Ognuno si ingegna come può, Fellini, con Enrico De Seta, tenta ancora una volta la carta dei disegni caricaturali e nel 1944 apre una bottega vicino a Piazza di Spagna; è un successo, soprattutto grazie ai tanti militari americani desiderosi di farsi immortalare in vignette raffiguranti l’antica Roma.

Federico Fellini e Giulietta Masina


Un paio di anni prima, l’appuntamento con il destino, Giulietta è il sole, come diceva Romeo, e Fellini non può che essere attratto dalla sua luce; la sua umiltà, il suo animo gentile, la sua fedeltà, completano e mitigano un uomo che par sempre sulle nuvole, pronto a inseguire i suoi sogni strambi e le fantasticherie straripanti, sospeso in aria come il suo alter ego Giulio in (1963).


Sono questi gli anni in cui Fellini comincia a fare esperienza della sua dolce vita, anni che il cineasta amerà ricordare, ogni volta con particolari diversi, tanto da farci domandare sovente dove finisca la verità e cominci l’invenzione. In fondo è lui stesso ad affermare che “la menzogna è sempre più interessante della verità” [2].

Il Miracolo
Fellini anche attore per Roberto Rossellini ne Il Miracolo

L’incontro con Rossellini sarà determinante; con il regista romano collabora per Roma Città Aperta (1945), Paisà (1946), Il Miracolo (episodio del film in due parti L’Amore del 1948, al quale presta anche il volto come attore) e Francesco Giullare di Dio (1950). La vicinanza con uno dei maggiori rappresentanti del neorealismo italiano contribuisce a delineare la sua idea di cinema. Di Rossellini egli amava la sua capacità di sentire il cinema come un’avventura meravigliosa da vivere e raccontare allo stesso tempo, di interpretare i sentimenti di un paese alle prese con una difficile ricostruzione. In seguito però nuove questioni si affacciano all’orizzonte; la corsa al progresso, l’impoverimento dei valori tradizionali, l’alterazione dei rapporti di forza tra uomo e donna, determinano l’affermarsi di realtà più complesse che Fellini interpreta in maniera differente. Se da Rossellini egli aveva appreso la capacità di fare film con la più completa libertà, negli anni successivi Fellini sente di poter finalmente liberare tutta la sua fantasia, trasfigurare il suo universo e renderlo disponibile ai nostri occhi.

Luci del varietà
Luci del varietà

Dopo un debutto a metà alla regia con Luci del varietà (1950), co-diretto con Alberto Lattuada, nel 1952 arriva la sua prima prova da solista con Lo sceicco bianco. Il soggetto originale era di Michelangelo Antonioni, che avrebbe anche dovuto dirigerlo; l’idea non piaceva però ai produttori e il soggetto fu riscritto da Fellini con Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. Fellini, che aveva ormai dimestichezza con la scrittura, non era ancora ben consapevole delle insidie nascoste dietro la macchina produttiva di un film; il primo giorno di riprese fu un disastro, ricorda Fellini: “non c’è niente di più difficile è disperante che avere la macchina da presa su una zattera in mare aperto e tentare di far restare nell’inquadratura la barchetta degli attori” [3].

Lo sceicco bianco
Lo sceicco bianco

Il film, presentato al Festival di Venezia nel 1952, fu stroncato dalla critica, ma servì a far capire a Fellini quanto questo mondo fosse il mondo a lui destinato. Il successo infatti non tarda ad arrivare, prima con I Vitelloni (1953), che proprio a Venezia riceve il Leone d’Argento l’anno successivo, poi con La Strada (1954), che lo consacra al pubblico internazionale e gli fa vincere il primo Oscar come miglior film straniero nel 1957.

La Strada


Fellini dovette penare non poco per riuscire a portare sullo schermo la storia di Gelsomina e Zampanò ma sapeva che quello era il suo film, una trama che il cineasta si portava dentro sin dalla propria gioventù, sin da quando aveva assistito per la prima volta alla magia del circo, che egli ricorda così: “Quando fu l’ora dello spettacolo ed esplosero attorno a me, che stavo sulle ginocchia di mio padre, le trombe, le luci, gli applausi, i rulli di tamburo, i lazzi gridati dei clown, la loro ciabattante buffonesca stracciona ilare irrazionalità, mi sembrò confusamente di essere atteso, che aspettassero me. Mi parve che mi riconoscessero, come i burattini di Mangiafuoco quando dal palcoscenico vedono in fondo al tendone Pinocchio e lo salutano come uno dei loro, chiamandolo per nome, abbracciandolo e ballando insieme tutta la notte” [4].

La Strada
La Strada

Giulietta Masina, testardamente imposta da Fellini come co-protagonista del film, a dispetto dei dubbi e i dinieghi dei tanti addetti, dimostra di essere perfetta per il ruolo dell’innocente e sprovveduta ragazza che nel suo tragico destino lascia comunque il segno della sua esistenza.

In questa prima fase della sua carriera Fellini trova in Giulietta l’incarnazione della sua proiezione femminile, quell’oscuro oggetto del desiderio, prima idealizzato secondo la visione cattolica e borghese cui era stato educato, poi lasciato esplodere come un fiume in piena quando le inibizioni cominciano a cadere liberando le suggestioni del proprio inconscio.

Per lei Fellini costruisce uno dei personaggi più acuti e struggenti della sua intera filmografia, Cabiria, prostituita tenera e sprovveduta, che sogna il principe azzurro pronta a salvarla come nelle pagine di un fotoromanzo. Sopravvivere in un mondo di squali pronti ad approfittarsi di lei non sarà facile ma il finale spiazzante e meraviglioso è così conciliatorio da far pensare per un attimo di essere in un film di Ozu.

Le notti di Cabiria
Giulietta Masina in Le notti di Cabiria

Se fino ad allora Fellini aveva rivolto maggiormente l’attenzione verso i più svantaggiati, figure povere ed emarginate, a partire da La dolce vita (1960) egli si concentra su quella nuova classe sociale nata negli anni del miracolo economico italiano, che dietro la patina di immacolata virtù nasconde comportamenti dissoluti e viziosi tali da turbare la morale comune. Il nemico diventa interiore, una battaglia per non cedere alla licenziosità della vita e ricacciare indietro il mostro che tenta di sopraffarci, come la creatura gigantesca e raccapricciante che attrae e repelle il confuso Marcello, ancora stordito dal richiamo delle dolci notti, sordo di fronte al richiamo della vita vera, chiara e trasparente.

La dolce vita
Marcello Mastroianni in La dolce vita

E come uscire dal vuoto che ci inghiotte? Fellini trova conforto in Jung e nella psicoanalisi. Lo psicologo ed antropologo svizzero è per lui una rivelazione, finalmente qualcuno che invita l’uomo a liberare il proprio inconscio per compiere il proprio processo di individuazione, capace a suo dire di “trovare un punto di incontro tra scienza e magia, razionalità e fantasia: il consentirci di attraversare la vita abbandonandosi alla seduzione del mistero con il conforto di saperlo assimilabile alla ragione” [5]. Prova ne è Le tentazioni del dottor Antonio, episodio del film corale Boccaccio ‘70 uscito nel 1962, nel quale il moralista e bacchettone Antonio Mazzuolo intraprende un’inflessibile crociata per far un rimuovere il cartellone pubblicitario piazzato proprio davanti la sua abitazione dal quale un’ammiccante e sensuale signorina invita i passanti a bere più latte. Le tentazioni del dottor Antonio sono le tentazioni di Federico, i suoi tormenti interiori, quelli del regista che da sempre lotta con la parte oscura del suo essere, contro le convenzioni e a favore della più libera espressione, questioni che saranno poi analizzate più compiutamente in .

Le tentazioni del dottor Antonio
Le tentazioni del dottor Antonio

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura…Dante come Fellini, che a metà della propria vita sembra voler esorcizzare la paura di non esser più in grado di creare, di inventare, di esprimere il suo essere; Fellini come Giulio, il protagonista di , dal quale tutti si aspettano qualcosa, i produttori, i critici, le sue donne; ma egli è in crisi, vorrebbe allontanarsi da tutti e invece tutti lo perseguitano, i fantasmi del suo passato si materializzano, le presenze si fanno assillanti, il confine tra sogno e veglia si assottiglia. Alla conferenza stampa per annunciare l’inizio delle riprese del suo fantomatico film, Guido non sa come fare per comunicare che non ci sarà nessun film, non si ricorda più che film voleva fare, come Fellini stesso, che scrisse al produttore Rizzoli deciso a mandare tutto all’aria perché, egli diceva, “il sentimento, l’essenza, il profumo, quell’ombra, quel guizzo di luce che mi avevano sedotto e affascinato erano scomparsi, dissolti, non li ritrovavo più” [6].

otto e mezzo
Federico Fellini e Marcello Mastroianni sul set di

Fortunatamente per noi l’ispirazione, la magia, la maestria, sono tornate, regalandoci un capolavoro come pochi eguali. Da allora le sue opere saranno sempre attese con interesse, certe volte confermandone la levatura altre con meno fortuna. Vero è che per Fellini ogni nuovo film, ogni nuovo progetto, è un viaggio, un’avventura, un mezzo per continuare quel processo di autoanalisi cominciato da tempo, nel quale tornare alle origini per capire dove andare, interrogarsi sul modo in cui siamo cresciuti e diventati adulti.

Amarcord
Amarcord

Con Amarcord (1973) per esempio Fellini cerca di spiegare quanto sia facile per una generazione di giovani, provinciali e bigotti, cadere nel tranello dell’ideologia fascista. Lontano dal voler emettere giudizi e addentrarsi nel territorio minato del cinema politicizzato, ciò che preme a Fellini è sottolineare come l’incapacità di liberarsi dell’eterna adolescenza, che delega ad altri le proprie responsabilità per ignoranza o cecità, generi nei giovani la nascita di sentimenti compensatori verso tale mancanza, confortati dalla sensazione che “c’è qualcuno che pensa per te” [7], siano essi i genitori o i politicanti, i preti o i dittatori.

Amarcord
Amarcord

Non manca in Amarcord il ritorno all’evocazione dell’universo femminile con il personaggio della Gradisca, presenza mitica e mistica, reminiscenza del giovane Federico, oggetto perverso e segreto del desiderio maschile. Figura ricorrente di tutto il suo cinema, la donna è un “continente sconosciuto, dimensione ipotizzata, l’altra faccia della luna, in breve una creatura diversa su cui noi uomini proiettiamo la nostra ignoranza, le cose che non conosciamo di noi, i desideri e le paure” [8]. Un mistero che per Fellini deve rimanere tale per non perdere la bellezza e l’incanto della favola.

La voce della luna
La voce della luna

Il fascino dell’ignoto che torna anche nell’ultimo suo film La voce della luna (1990), canto del cigno di un artista che sul viale del tramonto, come Don Chisciotte, lotta per mantenere viva la fiamma dell’arte in una realtà annichilita dalla dissolutezza e dall’abbrutimento morale, per continuare una strada cominciata sotto il tendone di un circo e costruita indossando innumerevoli maschere, intessendo memorie e immaginando avventure da imprimere sul quel suggestivo nastro di celluloide che anima i nostri sogni.

Il viaggio di G. Mastorna
Il film inseguito e mai realizzato. Dopo aver provato per quasi trent’anni a tradurlo in un film, Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet diventa un fumetto, creato insieme a Milo Manara e pubblicato per la prima volta sulla rivista Il Grifo nel 1992.

Così mentre intorno a lui il mondo va avanti nell’illusione del progresso, egli preferisce continuare a vivere nell’illusione del cinema, quello di una volta, “una sala buia con una parete alle spalle nella quale c’era un piccolo quadratino da cui partiva un fascio luminoso che si dilatava su grande lenzuolo bianco: su quel lenzuolo bianco apparivano personaggi truccati vistosamente e che muovevano le labbra senza dir nulla, enigmatici, muti, un altro mondo, un’altra vita, altri costumi, tutto quello che non conoscevamo e che forse potevamo vedere soltanto in sogno. E insieme a queste grandi immagini, a questi enormi volti che ci sembrava di scrutare da pochi millimetri di distanza, da quel rettangolino lucente partiva anche un fruscio misterioso che era come un sussurrare interminabile di parole che non intendevamo. Quel fruscio diceva tutto, si sostituiva alle parole che i personaggi avrebbero dovuto pronunciare, ci svelava i nostri sogni, destava la parte oscura e tenebrosa che è in ciascuno di noi” [9].


[1] in Fellini. Raccontando di me. Conversazioni con Costanzo Costantini, Editori Riuniti, 1996

[2] nella rivista francese L’Arc numero monografico su Fellini n. 45, 1971

[3] in Fellini. Intervista sul cinema a cura di Grazzini Giovanni, Edizioni Laterza, 1983

[4] in Fellini. Intervista sul cinema a cura di Grazzini Giovanni, op. cit.

[5] in Fare un film di Federico Fellini, Eiunaudi, 1980

[6] in Fellini. Intervista sul cinema a cura di Grazzini Giovanni, op. cit

[7] intervista rilasciata a Valerio Riva per L’Espresso il 7 ottobre 1973

[8] intervista rilasciata a Emilia Granzotto per Panorama il 3 gennaio 1974

[9] in Fellini. Raccontando di me. Conversazioni con Costanzo Costantini, op. cit.

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