Conversazione con… Rafael Manuel

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Filipiñana è un cortometraggio scritto e diretto da Rafael Manuel, vincitore dell’Orso d’argento – premio della giuria per il miglior cortometraggio al 70° Festival internazionale del cinema di Berlino.
Questo cortometraggio è ambientato nel microcosmo quasi distopico e surreale di un campo da golf.
Seguiamo Isabel, una “tee girl” il cui compito è quello di sistemare le palline da golf; attraverso le sue interazioni con i clienti, principalmente bianchi e sempre ricchi, il film espone dinamiche sociali legate alla razza e alla classe.
Rafael Manuel ha accettato di rispondere ad alcune domande sul cortometraggio, sulla sua esperienza e sulla sua idea di cinema.

1) Qual è stato il primo film che ti ha fatto desiderare di voler fare cinema?

Mi ricordo di aver visto un’intervista in cui Lucretia Martel viene sottoposta dalla Criterion Collection ai loro “Closet Picks”, mentre deve scegliere quali cofanetti portarsi a casa prende in mano “Carnival of Souls” e dice qualcosa del tipo “noi registi dovremmo sempre ricordare che anche realizzare un singolo film così è più che abbastanza”. Spero un giorno di riuscire a dirle di persona che “La Cineaga” per me è esattamente quel tipo di film.

2) In che modo il luogo, il periodo storico in cui ti trovi a vivere, la condizioni ambientali, influenzano il tuo lavoro?

Per me, il cinema, come ogni altro mezzo comunicativo, è pura sintesi ed espressione.
Quindi penso che i fattori citati subentrino nel mio lavoro e mi influenzino in modi che ancora non comprendo pienamente.
Per fornire un esempio specifico su che cosa io intenda quando parlo di come cerco di lasciare che questi fattori plasmino il mio lavoro, penso che, dal momento che l’’epoca in cui viviamo è così inflazionata la produzione di opere, sia importante realizzare un’opera non tanto per la produzione in sé quanto per il legame affettivo che si ha con il contenuto dell’opera stessa. Una domanda che mi pongo incessantemente quando scrivo è “Pensi che questo sia soltanto uno fra i tanti contenuti superflui di cui il mondo già abbonda?”

3) Pensi che la forma del cortometraggio abbia una sua specificità rispetto a quella del lungometraggio?

Penso che il cortometraggio sia libero da molte delle costrizioni economiche che affliggono i lungometraggi. Mentre l’industria cinematografica ha già i suoi modi affermati di sfruttare al meglio un lungometraggio, non ha ancora capito come trarre profitto in maniera altrettanto efficace dal cortometraggio. Penso quindi che il mezzo del cortometraggio fornisca ai registi molta autonomia per sperimentare ed esprimersi.

4) Ho letto che hai completato i tuoi studi a Londra presso la London Film School, una scuola di cinema internazionale frequentata in maggioranza da studenti non britannici. Per te, nel momento in cui hai cominciato questa esperienza, e per altri giovani aspiranti cineasti filippini, quanto è difficile formarsi ed intraprendere una carriera nel tuo paese?

Nelle Filippine ci sono molti giovani registi che stanno ottenendo riconoscimento internazionale rimanendo lì. Personalmente, nonostante molte delle mie storie siano ambientate nelle Filippine, sentivo il bisogno di lasciare il paese per motivi di crescita individuale.

5) Filipiñana è un termine molto particolare, perché questo titolo?

La parola Filipiñana può essere utilizzata in svariati modi; può essere utilizzata per descrivere un certo stile di abbigliamento; può essere utilizzata per descrivere una sezione di una libreria in cui i libri riguardano le Filippine; eccetera.
Per me il termine Filipiñana (un po’ come il termine Americana è utilizzato nel contesto degli Stati Uniti d’America) è un aggettivo che descrive una pluralità di realtà legate alle Filippine.
Pensavo avrebbe creato un contrasto affascinante utilizzare questo titolo per un film ambientato in un sontuoso campo da golf; penso si possa affermare con certezza che non sia il primo paesaggio che si associa tipicamente alle Filippine. Credo però che questa rappresentazione delle Filippine sia, perlomeno, fedele quanto molte delle raffigurazioni incentrate sul “poverty porn” che produce il cinema filippino.
Ho scelto di modificare la parola affinché includesse il carattere ‘ñ’ per alludere al passato da colonia spagnola delle Filippine.

6) Particolare è anche il soggetto da te scelto. Una realtà, quella delle “tee girls”, poco conosciuta in altri paesi ma che sembra significativa per spiegare il sistema sociale di un’intera nazione.
Nelle Filippine le differenze di genere e di classe risultano ancora più profonde che in altri paesi. Il microcosmo da te rappresentato in Filipiñana riflette questi squilibri. È importante per te che nelle tue opere traspaia in qualche modo una volontà di denuncia politica o anche solo sociale delle condizioni in cui si trovano a vivere i tuoi connazionali?

Sono molto interessato alle dinamiche di classe e di genere, e cerco di impegnarmi per esplorare queste relazioni di potere attraverso la creazione di mondi originali che non siano opposti alla realtà ma che sottolineino le sue sfaccettature. Ma per quanto riguarda il discorso sui messaggi politici, cerco per quanto posso di astenermi da scrivere qualsiasi opera il cui intento ultimo sia quello. Personalmente, preferisco Beckett a Brecht.

7) Nei film del tuo connazionale Raya Martin ho notato che vi è un tema che ricorre continuamente, una volontà di strenua difesa della storia, di recupero di una memoria storica attraverso la quale ridefinire il presente e il suo divenire. Spesso l’autore di un’opera attua un processo di mediazione tra ciò che riceve dall’esterno e ciò che deriva dalla propria sensibilità interiore, l’esperienza collettiva si inscrive in un percorso di riflessione individuale che gli permette di acquistare una coscienza autonoma ma condivisa.
Pensi di aver anche avviato anche tu questo tipo di processo, che nel tuo cinema ci sia sempre qualcosa di personale, che questo sia anche un mezzo per cercare delle risposte?

E’ difficile per me rispondere, non so quale sia il processo creativo di Raya Martin, io vedo solo il risultato finale. Personalmente, non mi rispecchio particolarmente in quello che hai descritto. Sì, aldilà dei significati politici che le persone leggono nel film, Filipiñana è prima di tutto un film estremamente personale, è stato girato in un campo da golf nel quale ho giocato da quanto sono diventato abbastanza grande da tenere in mano una mazza da golf. Ma non stavo ricercando risposte realizzando il film. La mia intenzione era quella di esaminare attentamente il mio ruolo in una struttura sociale divisa di modo da essere in grado da riuscire a distanziarmene ogni giorno.

8) La canzone che hai utilizzato nel film è una canzone popolare filippina su di un pescatore che vende al mercato ciò che è riuscito a prendere per comprarsi del vino di palma. Hai qualche tipo di attaccamento emotivo a quella canzone? In quale modo pensi che quella canzone descriva l’esperienza della protagonista?

Ho scelto questa canzone perché credevo che la sua storia rappresentasse la natura ciclica del lavoro giornaliero di una “tee girl” e la mancanza di verticalità delle loro prospettive lavorative.

9) La vittoria dell’Orso d’argento all’ultimo Festival di Berlino ti ha dato la possibilità di far conoscere la tua opera in tutto il mondo. Come hai vissuto questa esperienza?

Non avrei potuto sperare in un debutto migliore per il mio film, siamo molto grati alla Berlinale e in particolare alla Berlinale Shorts di averci fornito la piattaforma e una giuria che apprezzasse il film.
Quando realizzi un cortometraggio che non rispetta lo standard previsto della durata di 15 minuti, non mancheranno di certo le persone che ti inviteranno ad accorciare il tuo film. Questo fenomeno si è verificato in maniera particolarmente vera per Filipiñana dal momento che era il mio film per il mio diploma alla London Film School; nell’ambiente delle scuole di cinema tutti sono dei registi e dei montatori con opinioni molto forti. E nonostante questa possa essere una realtà particolarmente stimolante, altre volte questo ambiente può portare al conformismo, al dubbio in se stessi e al desiderio di accontentare le persone.

E per quanto, ovviamente, io realizzi dei film per un pubblico e sia importante che il pubblico apprezzi i miei film; in ultima analisi, la prima persona per cui realizzo dei film sono io stesso – e se riesco a stimolare me stesso intellettualmente e al contempo ad essere onesto e ipercritico con me stesso, allora è probabile che sarò in grado di realizzare un film che piacerà anche al mio pubblico. Spero che l’Orso d’Argento sarà un monito per me di questa verità.

E ovviamente, l’Orso d’Argento è di vitale importanza per me e il mio team per una serie di ragioni pratiche. Visto il genere di film che vogliamo realizzare, alcuni che trattano temi e soggetti in modalità che non sono strutturate attorno all’idea commerciale, trovare il budget sarà sempre difficile. E in quanto regista sento che c’è sempre una domanda sullo sfondo di ogni mio progetto attuale; la domanda è “Questo film ci aiuterà a trovare i finanziamenti di cui abbiamo bisogno per il prossimo?”.

10) Ho letto che avevi inizialmente concepito Filipiñana come un lungometraggio ma che hai dovuto adattarlo al formato breve per questioni produttive ed economiche. È stato difficile ripensarlo in questo termini?

Non è stato particolarmente difficile perché avevamo già l’ambientazione e i personaggi che per me costituiscono il 90% del mio scrivere. Sapevo, però, che non avrei voluto realizzare una versione compressa del lungometraggio o un trailer per un film successivo. Volevo realizzare un cortometraggio che fosse un film di suo diritto.

La parte più difficile è stata il comunicare la notizia al resto del team che aveva accettato l’incarico perché credevano che sarebbe diventato un lungometraggio, avevano rifiutato altre offerte per questo motivo. Fortunatamente sono sembrati molto comprensivi riguardo a questa decisione, almeno per quanto ne so io.

11) Come progetti la lavorazione dei tuoi film? Preferisci avere da subito un quadro preciso di quello che andrai a girare o preferisci dar spazio all’improvvisazione?

Inizio con dei pre-shooting; faccio queste riprese iniziali con tutti i vari responsabili delle unità operative e con alcuni attori se disponibili: è molto importante utilizzare i luoghi in cui verrà girato il film. Non è una grande produzione e non mi focalizzo sulle prove di recitazione o simili; in queste riprese iniziali mi concentro molto sulle inquadrature, sul ritmo del film, e su una coreografia rudimentale. In un momento successivo monto queste riprese e analizzo il primo montaggio con i vari responsabili delle unità operative e discutiamo su come migliorare ciascuna inquadratura (di solito non è difficile perché tendo ad utilizzare un numero moderato di inquadrature nei miei film). Quindi quando iniziano le riprese effettive, ciascun inquadratura è stata programmata e discussa e questo atteggiamento ci dà ulteriore tempo per pensare a come migliorarla o adeguarla a ciò che abbiamo girato quel giorno. Sono molto flessibile e ben disposto verso l’improvvisazione, ma credo che per poterla fare in un modo efficace sia necessario arrivare preparati.

12) Puoi parlarci dei tuoi prossimi progetti?

Certo. Al momento sto lavorando a due cortometraggi; uno ambientato qui a Londra che riguarda il rapporto della città con i suoi parchi, il secondo è ambientato nelle Filippine, nello specifico nella “Gated Community” in cui sono cresciuto. Stiamo inoltre realizzando una versione estesa di Filipiñana, ma quello è più un progetto a lungo termine, si parla di 2 o 3 anni, e non vogliamo metterci alcuna fretta e per essere sicuri di realizzare il film che vogliamo.

Intervista a cura di Elisabetta Orsi

Traduzione a cura di Margherita De Angelis

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